L’antro platonico non è un racconto da manuale di filosofia: è la cronaca di casa nostra.
Al centro, i prigionieri incatenati guardano il muro e credono che le ombre scorrevoli siano la realtà intera. Il loro errore non è ignoranza, ma convinzione di essere già liberi. Così il potere contemporaneo, più abile di qualunque tiranno antico, non proibisce il sapere: lo fabbrica a uso e consumo della prigionia.
I “cavekeepers” di oggi non sono guardiani armati di spade, ma algoritmi, piattaforme, agenzie globali. Producono un sapere smisurato, liquido, immediato, che pare espansione di orizzonti e invece è gabbia di fili invisibili. Ogni notizia, ogni indignazione, ogni hashtag serve a rinchiudere l’attenzione dentro i confini tracciati da chi detiene il comando. L’importante è che il prigioniero non immagini nemmeno l’esistenza di un fuori.
Nel frattempo, il cosiddetto pensiero critico viene allestito in dosi dirompenti ma innocue. Si critica lo Stato, la patria, la famiglia, la tradizione: si scardina ogni baluardo che separa l’individuo da un potere globale senza volto. Il risultato è che il prigioniero, convinto di ribellarsi, finisce per portare le catene con orgoglio, brandendole al collo come fossero ornamenti di liberazione.
La sovranità nazionale, a dispetto dei suoi difetti storici, resta l’ultimo spazio in cui il popolo può ancora pronunciare un “no”. Quando la decisione sulla salute passa dal parlamento eletto all’OMS, quando la politica monetaria sfugge ai confini per finire nelle stanze chiuse di qualche fondo monetario internazionale, la catena si stringe senza rumore.
Uscire dall’antro è un atto di rottura. Significa guardare la luce, accettare l’accecamento iniziale, sopportare le risate dei compagni che restano dentro. Ma significa anche ricominciare a respirare.
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