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Capezzone a valanga sul caso Almasri ▷ “Critico il governo: ci voleva il segreto di Stato”

Il cosiddetto “caso Almasri” — esploso pubblicamente nel gennaio 2024 — ha rappresentato uno dei momenti più delicati del governo guidato da Giorgia Meloni, sia sul piano istituzionale sia su quello della narrazione mediatica. Al centro della vicenda: Muhammad Almasri, cittadino palestinese sospettato da apparati di intelligence italiani e internazionali di legami con ambienti jihadisti radicali. La sua espulsione dal territorio italiano, avvenuta sotto silenzio e solo successivamente resa pubblica, ha suscitato un complesso intreccio di reazioni politiche e giudiziarie.

L’inchiesta della magistratura, avviata per chiarire la natura e le modalità dell’espulsione, ha posto sotto osservazione il ruolo del governo, e in particolare quello della presidente del Consiglio. L’ipotesi di partenza era che vi potessero essere state forzature procedurali o omissioni nella gestione del caso, tanto da giustificare un’indagine formale.
Dopo mesi di verifiche, la Procura ha archiviato la posizione di Giorgia Meloni, ritenendo che non sussistessero elementi per configurare reati a suo carico. Un esito che tecnicamente chiude il fronte giudiziario per la premier, ma che non spegne le polemiche politiche.
Da una parte, il governo ha rivendicato la piena correttezza dell’operato, in nome della tutela della sicurezza nazionale. Dall’altra, le opposizioni restano critiche, accusando l’esecutivo di scarsa trasparenza e di utilizzare la questione securitaria come scudo per evitare un confronto democratico aperto. La verità, probabilmente, sta nel mezzo.

È in questo contesto che si inserisce l’intervento di Daniele Capezzone, editorialista e voce particolarmente sensibile al tema dei rapporti tra giustizia e politica. Il suo commento, netto e polemico, fornisce una chiave di lettura schierata ma rappresentativa di un pezzo importante dell’opinione pubblica.
«Che cosa fa il governo italiano? Parere mio: avrebbe fatto bene, con minore trasparenza, a mettere il segreto, a dire: “Questo lo rimpacchettiamo e lo rimandiamo”, eccetera. Invece, confidando nella correttezza di tutti gli altri — confidando, starei per dire ingenuamente, nella correttezza dell’opposizione — il governo ha pensato di poter gestire questa cosa in modo trasparente, dicendo: “Quest’individuo è, in tutti i sensi, pericoloso; lo prendiamo e lo rimandiamo da dove è venuto”.»

Capezzone prosegue: «Risultato? Inchiesta della magistratura. E oggi gli esponenti dell’opposizione che fanno i finti tonti, dicendo: “Ma com’è cattivo questo signore!”. Ma che stiamo dicendo che è buono, questo signore? Nessuno dice che è buono, questo signore. Il tema è: vuoi criminalizzare il governo anche per questo, oppure no?»
E ancora, sulla magistratura: «L’idea che la magistratura si infili anche in una questione — non voglio dire di arcana imperii, ma di sicurezza nazionale — non mi pare una buona idea.»
Da qui, la critica al populismo trasparente: «Perché li chiamiamo “servizi segreti”, se poi pretendiamo che ogni singolo passaggio debba essere discusso sui social? Non chiamiamoli servizi segreti, non chiamiamola attività di sicurezza. Ipotizziamo che tutto possa essere gestito come — che ne so — una diretta streaming dei grillini? Io non penso che uno Stato si gestisca così.»

Stefano Molinari

Stefano Molinari nasce come attore. Lavora sia per il cinema che per la televisione. Negli ultimi 15 anni è voce e volto di Radio Radio dove conduce diversi programmi di successo.

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