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Aldo Maldera, il sinistro educato

Il baffo folto tipico delle nostre “figurine” di qualche decennio fa; il sinistro tagliente, tanto quando cesellava il cross al termine di una delle ricorrenti discese sulla fascia, quanto si metteva in proprio per la battuta a rete; l’espressione seria, non seriosa: seria, quella di uno che avrebbe sempre mantenuto l’umiltà tipica di quelli autenticamente grandi; l’atteggiamento rimasto uguale dal tempo delle giovanili rossonere fino alla chiusura di una carriera nel corso della quale avrebbe vinto due storici scudetti – quello della Stella col Milan nel ’79 e quello con la Roma nel 1983 – e tre Coppe Italia, vestendo alla fine la maglia della Fiorentina.

Aldo Maldera, che Nils Liedholm volle alla Roma quando per più di qualcuno era già in età troppo avanzata e sul quale invece ebbe ragione, per l’ennesima volta, il Barone: Maldera divenne subito un leader autentico di quello spogliatoio, uno di quelli che parlava soprattutto con l’esempio, con un atteggiamento non dissimile rispetto a quello di Agostino Di Bartolomei. Uno che mancò alla Roma dolorosamente la sera del 30 maggio 1984, per squalifica, nella Finale contro il Liverpool: come giocatore di enorme esperienza e, avremmo scoperto poco dopo, come rigorista.

A ogni suo compagno dell’epoca, così come a ogni tifoso, milanista o romanista, che ebbe modo di ammirarlo, ogni volta che si parla di lui continuano a brillare gli occhi, non di rado lucidi di nostalgia: il modo migliore per non andarsene mai del tutto, dopo aver lasciato il mondo il primo giorno di agosto del 2012, per Aldo Maldera, per il quale sembrano cucite su misura le parole di Bertolt Brecht: “Era una persona perbene, potremmo dire di lui qualcosa di meglio?“.

Paolo Marcacci

Paolo Marcacci

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