È ufficiale: l’Unione Europea è giunta in questi giorni al diciottesimo pacchetto di sanzioni varate contro la Russia di Putin. Ne danno notizia a tamburo battente tutti i più letti – e soprattutto più venduti – quotidiani nazionali.
Si è dunque prontamente realizzato il desiderio della signora Kallas, ‘euroinomane e austerica’ di Bruxelles, la quale aveva detto pochi giorni fa di auspicare rapide sanzioni contro la Russia. Ed ecco che le sanzioni sono effettivamente giunte, precise e puntuali come un orologio elvetico.
Come non mi stanco di sottolineare, la situazione è tragica senza riuscire in alcun modo a essere seria. Tant’è che lo stesso Orwell appare oggi un dilettante rispetto a una realtà – la nostra – che ha superato di diverse misure le sue peggiori fantasie distopiche.
Lo ripeto a ogni pacchetto di sanzioni varato: siamo di fronte a una situazione paradossale, davanti alla quale non si sa bene se ridere o piangere. Le sanzioni che l’Unione Europea continua a imporre senza tregua contro la Russia di Putin rappresentano il primo caso storico, nella lunga e travagliata vicenda dell’umanità, di sanzioni che danneggiano più il sanzionante che il sanzionato.
Mentre l’Europa sta affondando e letteralmente colando a picco, la Russia di Putin continua imperterrita lungo la sua strada, a testa alta, simile a un pachiderma che non si accorge nemmeno dell’abbaiare scomposto del chihuahua che gli sta intorno.
Non soltanto le sanzioni non danneggiano la Russia, come è evidente, ma restituiscono un danno all’Europa che le impone.
E intanto, la macchina ipertrofica della propaganda, che non dorme mai, continua a ripetere instancabilmente che il nostro nemico è la Russia – quella che ci venderebbe il gas a prezzi stracciati – e il nostro amico è l’impero americano, che ci:
La cosa più assurda, ça va sans dire, non è che tutto ciò accada, ma che i più aderiscano stoltamente a questa narrazione manicomiale.
È qui che diventa evidente, una volta di più, come il potere non solo produca l’intollerabile, ma, in un solo parto, anche soggetti disposti a tollerarlo: con stolta letizia, con ebete euforia, con cinismo disincantato.
È, sempre e di nuovo, la vecchia vicenda della caverna di Platone: schiavi che non sanno di esserlo, e che – peggio ancora – amano le proprie catene.
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