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Alle imprese italiane prima il bastone poi la carota, ma ecco dov’è l’inghippo (e c’entra il green)

Confindustria ha accolto con entusiasmo l’approvazione del disegno di legge cosiddetto salva imprese, ritenendolo un’opportunità straordinaria per la competitività delle PMI italiane. Il provvedimento si propone di semplificare l’accesso al credito, ridurre la burocrazia e stimolare la crescita delle imprese, che costituiscono il cuore pulsante dell’economia nazionale. Almeno, questo è quanto leggiamo sui giornali.

Un provvedimento per la competitività

Il disegno di legge salva imprese ha l’obiettivo dichiarato di semplificare l’accesso al credito, ridurre la burocrazia e promuovere la crescita delle piccole e medie imprese, considerate il motore economico del Paese. In particolare, si sottolinea come le nuove misure dovrebbero incentivare gli investimenti in innovazione e sostenibilità, individuati come settori chiave per il futuro delle PMI. Tuttavia, l’enfasi mediatica attorno al provvedimento ricorda per tono e contenuti quella della stampa di regime di un secolo fa.

Il sostegno del governo alle PMI

Secondo il presidente di Confindustria, il disegno di legge rappresenta un segnale forte e positivo da parte del governo, che riconosce il ruolo strategico delle PMI. L’impegno promesso è quello di rimuovere gli ostacoli alla loro crescita. Tra gli aspetti più sottolineati vi è il tentativo di facilitare la transizione digitale – eccolo il punto chiave, dicono – e, soprattutto, la transizione green. Ma davvero, ci si chiede, le imprese accoglieranno con entusiasmo queste novità?

La retorica della resilienza

Secondo la narrazione ufficiale, le misure introdotte renderanno le imprese più resilienti e competitive sul mercato globale. Ma cosa significa davvero resiliente? Un termine che, fino a qualche anno fa, era riservato ai metalli, e che ora è onnipresente nella comunicazione giuridica ed economica. L’uso improprio di questo linguaggio tecnico lascia perplessi, soprattutto quando si tratta di descrivere imprese reali, fatte di persone, risorse e vincoli concreti.

Microimprese, non PMI

Il vero punto dimenticato – e che vale la pena sottolineare – è che l’Italia non è fatta di PMI, ma di microimprese. Circa il 95% del tessuto produttivo è costituito da queste realtà; il 4% è composto da piccole imprese, mentre le medio-grandi rappresentano appena l’1%. Eppure si continua a insistere su una crescita sostenibile e green, appiattendosi su un’ideologia europea ormai vecchia e superata. Forse è per questo che, ormai, i cinesi definiscono l’Europa “il continente”, senza nemmeno completare la frase. Speriamo che Confindustria, prima o poi, se ne renda conto.

Valerio Malvezzi

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