La vicenda di Alberto Stasi, tornata al centro del dibattito pubblico con la nuova inchiesta sul delitto di Chiara Poggi, ha riacceso i riflettori sulla qualità delle indagini giudiziarie in Italia.
Daniele Capezzone, ai microfoni di CapezZoom, ha sottolineato come “La giustizia abbia agito in maniera approssimativa sul caso di Garlasco. Lo dicevo già in tempi non sospetti: ma quanto è stata fatta male la prima indagine? “. Secondo il direttore editoriale di Libero, il processo che ha portato Stasi a scontare 12 anni di carcere su una condanna a 16 sarebbe stato viziato da carenze investigative e da una costruzione accusatoria fondata su indizi, ma priva di prove concrete. “Insomma, è possibile che il povero Stasi si sia preso una condanna… e oggi tutti abbiamo la sensazione che sia una persona innocente”, ha detto Capezzone, rivendicando di aver sollevato il dubbio “in epoca non sospetta”.
Da questa riflessione Capezzone ha rilanciato un tema che ritiene cruciale: la responsabilità civile diretta dei magistrati. “Qualunque professionista, se sbaglia con dolo o colpa grave, paga”, ha affermato. Eppure, nel caso dei magistrati, la situazione è ben diversa. Capezzone ha ricordato che “noi italiani avevamo deciso, con un referendum nel 1987 promosso da Tortora, da Pannella, dai radicali che anche i giudici dovessero rispondere dei propri errori”. Quel referendum, approvato con l’80% dei consensi, è stato però “tradito” dal Parlamento con una legge approvata l’anno successivo, che introdusse solo una responsabilità indiretta, cioè a carico dello Stato, con eventuale rivalsa – peraltro rara – sul magistrato.
Capezzone ha evidenziato le controversie di questo sistema: “Se tu sei stato danneggiato, fai causa allo Stato. Poi forse, eventualmente, entro certi limiti, lo Stato si rivale sul magistrato, figurati!”. Una legge inefficace, ha spiegato, che ha trovato applicazione solo “quando la vittima è un altro magistrato”. Un’anomalia che, a suo giudizio, meriterebbe attenzione e una riforma coraggiosa. Anche il tentativo recente di riportare il tema all’attenzione pubblica – tramite il referendum proposto da Lega e Partito Radicale nel 2021 – è stato bloccato sul nascere dalla Corte Costituzionale, che a inizio 2022 ha dichiarato inammissibile il quesito.
Capezzone chiarisce che non si tratta di un’offensiva ideologica contro la magistratura: “Non è un attacco ai magistrati. Un magistrato onesto e capace non ha niente da temere”. Il bersaglio, piuttosto, è un sistema che non prevede conseguenze reali per errori gravi, anche quando questi incidono sulla vita di persone innocenti. “Deve avere qualcosa da temere un magistrato disonesto o incapace”, ha ribadito, auspicando che la legislatura attuale, già impegnata su alcune riforme come la separazione delle carriere, possa affrontare anche questa questione. “Il fatto che non si discuta mai di responsabilità civile ai magistrati – ha concluso – a me sembra un’enormità”.
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