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Via al riarmo, abbiamo già visto come finisce la storia

L’Unione Europea ha lanciato il piano di riarmo denominato “ReArm Europe – Readiness 2030”, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza del continente e creare una difesa comune entro il 2030.
La proposta, presentata dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, punta a mobilitare enormi risorse economiche per modernizzare gli arsenali militari europei e ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti nell’ambito della NATO. Grandi promesse e grandi contraddizioni.

Il piano prevede investimenti fino a 800 miliardi di euro, finanziati in parte attraverso deroghe al Patto di Stabilità, che consentirebbero agli Stati membri di aumentare la spesa per la difesa senza violare i vincoli di bilancio. Inoltre, è stato proposto un fondo comune da 150 miliardi per gli acquisti congiunti di armamenti. Nonostante queste misure, l’assenza di un debito comune europeo per sostenere il progetto ha generato tensioni tra i Paesi membri.
Da un lato, nazioni come Spagna e Italia spingono per una maggiore solidarietà finanziaria; dall’altro, Germania e Paesi Bassi si oppongono fermamente a qualsiasi forma di mutualizzazione del debito.

Un’altra contraddizione riguarda gli obiettivi strategici del piano. Da una parte si punta a rafforzare le capacità industriali e tecnologiche europee nel settore della difesa; dall’altra, molti Stati membri continuano ad acquistare armamenti dagli Stati Uniti, alimentando una dipendenza che il piano stesso vorrebbe ridurre. Inoltre, il sostegno militare all’Ucraina è indicato come una priorità assoluta, ma non è chiaro come questa integrazione possa avvenire senza creare ulteriori fratture politiche all’interno dell’Unione.

Per non parlare delle divisioni che ci sono sul fronte politico interno. Il Parlamento Europeo ha approvato il piano con una maggioranza ampia, ma le posizioni dei governi nazionali restano frammentate. In Italia, ad esempio, Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno espresso sostegno al progetto, mentre Lega e Movimento 5 Stelle si sono opposti. Il Partito Democratico appare diviso tra favorevoli e astenuti. Queste spaccature riflettono il più ampio dibattito europeo su quanto investire nella difesa sia compatibile con le priorità sociali ed economiche dei singoli Paesi.
Infine, c’è da considerare la tempistica ambiziosa (o meglio, irrealistica) del piano. L’obiettivo di raggiungere una difesa comune entro il 2030 sembra utopistico alla luce delle divergenze politiche e delle sfide economiche che l’Europa sta affrontando. La necessità di aumentare la spesa militare fino al 3% del PIL potrebbe mettere sotto pressione i bilanci nazionali già gravati da altre emergenze, come la crisi energetica e le politiche sociali.

E infine c’è la contraddizione più grande: il concetto della corsa alle armi come aumento della solidità della pace ha già fatto i conti con la Storia, dicendoci chiaramente come va sempre a finire. Un esempio?
Nel periodo precedente al 1914, le principali potenze europee intrapresero una corsa agli armamenti senza precedenti. Germania, Regno Unito, Francia, Russia e Austria-Ungheria aumentarono drasticamente le loro spese militari per prepararsi a conflitti su larga scala. C’erano anche le conferenze di pace, ma rimanevano piuttosto anonime, un po’ come adesso.
Del resto, Keep Russia out, America in and Germany down: lo disse il primo segretario della Nato in merito a quale fosse la sua missione storica.

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