L’introduzione dei dazi da parte di Trump, in particolare sulle importazioni da Messico e Canada, segna un ritorno a una politica economica protezionista finalizzata a rafforzare il sistema manifatturiero degli Stati Uniti e ridurre il deficit commerciale. Si tratta di un cambio di paradigma volto a spostare il baricentro dell’economia statunitense verso una maggiore produzione interna, con meno spesa pubblica, maggiore produttività e, in una fase successiva, un taglio delle tasse.
L’unico rischio è che i tempi di realizzazione di un piano del genere siano lunghi e incerti. L’economia americana non può cambiare rotta rapidamente e bruscamente senza subire effetti collaterali. Il pericolo principale è che i benefici dei dazi si manifestino troppo tardi, lasciando nel frattempo spazio a inflazione, colli di bottiglia nelle filiere e instabilità nei mercati finanziari.
La politica fiscale espansiva promessa rischia di arrivare dopo che si saranno già manifestati gli impatti negativi. Inoltre, come è evidente, ridurre il debito commerciale significa anche ridurre i capitali in entrata, con potenziali effetti depressivi su Wall Street e, quindi, sulla Borsa americana. Il rischio è che Trump non possa “avere la botte piena e la moglie ubriaca”: meno importazioni significano meno capitali per sostenere i mercati finanziari.
La politica dei dazi ha una logica interna coerente, ma comporta costi economici e politici significativi nel breve periodo. Il suo successo dipenderà non solo dagli strumenti adottati, ma anche dalla capacità di gestire il delicato equilibrio tra consenso interno, stabilità dei mercati e competitività reale.
Cosa succederà, quindi, a livello globale dal punto di vista economico? E soprattutto, la domanda che molti oggi si pongono è: quali sono i rischi per le imprese che non dispongono di una strategia adeguata per affrontare questo cambiamento? Questo è il tema della riflessione che voglio proporvi oggi. Come ormai è chiaro da più fronti – normativo, giornalistico e imprenditoriale – le imprese devono dotarsi di una strategia. E questa, del resto, è la mia professione.
Oggi, ad esempio, incontrerò una piccola impresa che vuole definire la propria strategia. Ma perché ne ha bisogno? Perché in mercati come quelli che stiamo per affrontare – i cosiddetti mercati turbolenti, caratterizzati da oscillazioni nei prezzi delle materie prime, innovazioni tecnologiche rapide e cambiamenti improvvisi – una piccola o media impresa senza un piano strategico rischia di essere tagliata fuori.
Se invece si prende il tempo per riflettere su come dovrà essere la propria impresa tra due, tre, quattro o cinque anni, allora avrà un vantaggio competitivo decisivo. In un contesto di crescente incertezza, chi pianifica il futuro sbaraglia la concorrenza. È tutto qui.
Malvezzi Quotidiani – L’economia umanistica spiegata bene con Valerio Malvezzi
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