“Oggi a pagina 42 di Repubblica, nella sezione sport, c’è un articolo bellissimo che racconta una storia di calcio femminile e una storia di vita, e lo fa in modo molto elegante, molto delicato e molto bello”. L’articolo di cui parla Daniele Capezzone racconta il caso di Harder e Eriksson, due calciatrici che fuori dal campo sono fidanzate, dentro si danno dura battaglia. “Peccato che però siano gli stessi giornali progressisti che nei giorni scorsi, parlando della leader tedesca del partito AfD, l’abbiano qualificata come lesbica”. Un termine che non si qualifica come un insulto – questo sia chiaro – ma che non è stato molto adoperato nel mondo giornalistico, forse proprio per scongiurare il pregiudizio errato che considera il temine come negativo, e quindi evitare qualsiasi fraintendimento. In altri casi simili si è semplicemente parlato di “bisex” o “ha una compagna”, o anche semplicemente di “omosessualità”. Perché evidenziare in maniera diversa l’orientamento sessuale di Alice Weidel?
“Se il preconcetto – commenta Capezzone – di chi scrive l’articolo e di chi lo pubblica è positivo, cioè è una bella storia e quindi va raccontata bene, allora si fa un articolo meraviglioso, scritto benissimo, tanto rispetto, si parla di persone che poi hanno un loro orientamento, una loro vita: cioè proprio la normalità di come si dovrebbe trattare ogni altra persona. Quando invece la persona è sgradita diventa una non persona e vale solo l’etichetta sessuale, magari utilizzando un termine che può avere all’orecchio di chi ascolta o all’occhio di chi legge una valenza giudicante”.
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