La serata dell’orgoglio, della personalità, a tratti della sfrontatezza ma soprattutto dell’organizzazione, contro chi comanda per un punto di vantaggio la Liga e da sempre governa l’Europa.
Serata di suggestioni e ricordi, soprattutto quello di una guida tecnica mai nata, quella di Carlo Ancelotti quando sotto il Vesuvio aveva guance meno scavate e un progetto di squadra al quale mancò il benché minimo supporto.
Il Napoli di Rudi Garcia non è soltanto rimasto in partita fino alla fine: l’ha anche fatta, la partita, a metà del secondo tempo, quando dopo il 2 – 2 Kvaratskhelia aveva iniziato a prenderci gusto, sgusciando tra Carvajal e Nacho, oppure cercando con l’esterno destro il suggerimento per l’incursione di Osimhen.
Non portare a casa nulla, in termini di punti per il girone, non equivale sempre ad aver disputato una partita sbagliata, a maggior ragione se contro il Real Madrid: la squadra di Rudi Garcia ha mostrato di non patire né la ribalta, né il nome dell’avversario; tutto questo perché nel frattempo sono stati compiuti passi significativi sotto il profilo dell’identità: Lobotka e compagni hanno imparato tanto da Spalletti, al punto tale da mettere i loro progressi consolidati al servizio di ciò che ora chiede Garcia.
Dopo il siluro di Valverde, più di qualcuno avrà pensato che la frustrazione azzurra avrebbe potuto portare a un arrotondamento del risultato da parte del Real. La cronaca degli ultimi minuti ha detto che il Napoli ha chiuso la partita nella metà campo del Real Madrid.
È una sconfitta, per carità, tale resta; ma sotto tanti aspetti, nessuno dei quali finisce negli almanacchi, questa serata assomiglia alla presa di coscienza di una ritrovata convinzione.
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