La visita lampo del presidente Usa Joe Biden rappresenta il primo viaggio di un presidente americano in Israele in tempo di guerra. Anche per gli Stati Uniti l’emergenza non ha precedenti e le solide relazioni bilaterali che intercorrono tra i due paesi si vedono minacciate da un conflitto sanguinoso che non lascia intravedere speranze. L’incontro tra Joe Biden e Benyamin Netanyahu ha aperto i dibattiti sulle posizioni statunitensi nei confronti del conflitto. Gregory Alegi, docente di storia americana presso l’università LUISS ha analizzato le dinamiche post visita americana in Israele.
“Gli Stati Uniti hanno smentito“, commenta Alegi, “di aver ottenuto da Israele un rinvio dell’attacco in occasione della visita di Biden, però sta di fatto che nessun presidente degli Stati Uniti vorrebbe trovarsi presso il suo più stretto alleato nel momento in cui l’alleato attacca il vicino, perché in qualche modo la stampa l’avrebbe presentata come una benedizione se non addirittura come un esercizio di burattinaio. Quindi è sicuro, credo che possiamo star tranquilli, che non accada. La domanda è perché ci ha messo così tanto Israele. Questa è una domanda interessante. Più tempo passa, meno l’opinione pubblica mondiale percepirà come legittima la reazione. Sembrerà più una rappresaglia che un contrattacco, se vogliamo. Quindi è possibile che tutta questa manovra si concluda con attacchi più mirati, con un lavoro di forze speciali, con un lavoro mirato ai tunnel, mirato alla leadership.
Può darsi benissimo che la minaccia di reazione massiccia da parte di Israele sia stata una copertura per un piano chirurgico, più mirato, che nel frattempo Israele ha messo a punto. Intanto dagli Stati Uniti è chiaro che l’amministrazione Biden debba smentire di aver fatto pressioni poiché non è giustificabile di fronte all’opinione pubblica“.
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