Sopracciglio a mezz’asta e passaggio di consegne: forse non ci credevamo ma lo abbiamo visto accadere. Difficile che Manchester si tinga di celeste, anche di giorno, ma se la palla va in giro protetta in quel modo, come una bambina felice, allora Guardiola merita un monumento, che ovviamente non è quello del Militão ignoto. E ignaro, fino fino al velenoso rimbalzo.
Carletto non comunica ai suoi la proverbiale serenità dell’autocoscienza di grandezza, stavolta; o forse è semplicemente perfetta la partita del City, che spezza regolarmente la punta alle matite che debolmente cercano di tracciare i disegni offensivi (?) del Real Madrid.
De Bruyne portatore d’acqua, a tratti, per Gündogan non lo avevamo visto ancora, prima di stasera: è la fotografia di un meccanismo perfetto, che ha girato con la sincronia degli ingranaggi di uno Zenith. Francamente, le due firme di Bernardo Silva, che portano al compimento del penultimo passo verso la storia, “rischiano” di restare meno impresse rispetto a momenti di fraseggio tecnicamente aulico, ma eseguito con un’intensità annichilente, quasi cattiva.
Tutto ciò che il Real di Ancelotti aveva architettato come piano di battaglia, finisce nello sgabuzzino degli utensili dimenticati per mancanza di utilizzo. È la partita perfetta, signori, quella in cui Haaland può anche uscire applaudito senza aver segnato: perché così tanto squadra come stasera, il Manchester City non lo avevamo mai visto. E alla fine cantano i Grealish.
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