Ciò che sta accadendo in Iran, con le proteste e la presunta “occidentalizzazione” deve essere letto con lenti ermeneutiche che tengono conto dei rapporti di forza mondiali.
La protesta a cui stiamo assistendo non è tanto un movimento dal basso, quanto l’ennesima velvet revolution tentata con esiti disastrosi. Una rivoluzione di velluto fintamente proveniente dal basso, ma organizzata e propiziata dall’alto; segnatamente dai gruppi dominanti della globalizzazione capitalistica, che non vedono l’ora di destabilizzare l’Iran per produrre un regime change che renda finalmente la Persia un proconsolato statunitense, un avamposto del liberal-progressismo nichilista favorevole a Washington.
Ecco perché, pur diversi tra loro, Iran, Russia e Cina sono avamposti di resistenza al nuovo ordine mondiale turbocapitalistico.
L’Ucraina è solo il casus belli, la faglia del conflitto tra la civiltà del nulla e la Russia tellurica, identitaria. Proprio come Taiwan è il casus belli di una Cina che non intende sottomettersi a Washington e che sta sempre più diventando una potenza mondiale.
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