Studio McKinsey svela come cambierà il lavoro post-pandemico, ma dimenticano una variabile

Da uno studio di ricerca fatto recentemente presso l’Università Internazionale per la Pace, sede di Roma, leggo una pubblicazione nella quale si parla di burn-out e stress e, a cura di Paolo Patrizio, si legge sostanzialmente questo: “Lo stress e il generale burnout ingenerato dall’evento pandemico stanno infatti sconvolgendo il settore della ripresa occupazionale americana e non solo, in quanto il coronavirus sembra avere cambiato irrevocabilmente ciò che le persone si aspettano dal lavoro. Secondo Ian Cook, molti lavoratori avrebbero già deciso in fase pre pandemica di abbandonare il proprio impiego e avrebbero atteso solo il miglioramento delle condizioni generali per procedere nel loro intento, prescindendo completamente dall’aver già trovato un nuovo lavoro, tanto da innescare un moto davvero inaspettato. Ma allora cosa spinge milioni di persone a dimettersi dal proprio posto di lavoro, pur in assenza di una già individuata alternativa occupazionale di immediata accettabilità? Non si tratta soltanto di soldi, ma di volgere lo sguardo altrove“.

Stress e burnout sono in strategia due situazioni opposte. Lo stress tutti sapete che cos’è, cioè una sensazione di oppressione. Il burnout è invece una situazione invece di “noia”, per semplificare. Ecco, sembrerebbero rappresentare le ragioni che hanno spinto milioni di dipendenti a lasciare la propria occupazione in assenza di un vero e proprio scopo nel proprio contributo lavorativo. A breve e a lungo termine.

E qui parliamo di una ricerca fatta dalla McKinsey. Io ho il dubbio che qui ce la stiano raccontando. Ho il dubbio che, approfittando della situazione che si è determinata per il coronavirus, si stia cercando di introdurre concetti come lo smart working, le nuove tecnologie ecc., creando una società che a tutti gli effetti lavora a distanza, vive a distanza, non si incontra più e ci sarebbe molto da discutere su quanto sia smart o intelligente tutto questo.

Ma io voglio spostare il piano della discussione su un altro tema che non è l’intelligenza ma la felicità. Io stesso uso molto le nuove tecnologie. Vengo a Roma per fare delle lezioni o per incontrare commercialisti, ma poi uso molto le tecnologie anche oggi per fare consulenza o lezioni a distanza. Ma la vera domanda che faccio è: siamo più felici? Questa è la variabile, è la felicità. Ecco perché io parlo di economia umanistica nella mia Accademia il “ginnasio dei matti”. Sposto l’attenzione dal tema dell’intelligenza, da questo smart, da questa astuzia pretesa nel cambiare il modo di lavorare ad una domanda molto più banale: ma siamo veramente contenti di farlo?

Malvezzi Quotidiani. L’economia umanistica spiegata bene

Valerio Malvezzi

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