L’atteggiamento è ormai quello di un insieme di uomini, non squadra in questo momento, accomunati soltanto da un atteggiamento autolesionista. La Juventus delle ultime partite nemmeno soffre più, in un certo senso: s’offre, perché si consegna all’avversario indipendentemente dal valore di quest’ultimo. È rinunciatario sin dal sottopassaggio del “Sammy Ofer” l’approccio di Bonucci e compagni, tanto più che a smarrirsi è la presunta guida per prima: in una prestazione collettiva che va sintetizzata in un quattro cumulativo, la prestazione di Paredes si abbassa al tre.
Nella serata in cui nessuno si salva, la colpa non può essere di uno soltanto, il che non scagiona affatto Massimiliano Allegri, intendiamoci; sarebbe però inammissibile che altri, a cominciare da una dirigenza che dovrebbe osservare maggiore cautela quando rilascia dichiarazioni, la facessero franca perché il tecnico ha via via assunto le phisique du role del parafulmine. Ad Allegri non è certamente riuscito, in nessuna delle occasioni in cui sarebbe stato indispensabile, dare una scossa a livello emotivo e il brodino tiepido di alcuni risultati ha generato soltanto equivoci. Per chi ricorda la gara di otto giorni fa con il Maccabi a Torino, non c’è bisogno di precisare che nonostante la vittoria ci sono stati lunghi tratti di gara in cui gli israeliani si erano letteralmente presi la partita.
Serve un ritiro a metà tra punitivo e ricompattante nel 2022? Forse solamente perché non si poteva non dare un segnale, dopo il minimo sindacale delle assunzioni di colpa e siccome non c’erano a disposizione né l’esonero, né le dimissioni (non solo di Allegri), allora perlomeno ci si rinchiude tutti per guardarsi in faccia; perlomeno parecchi giocatori la smetteranno di guardare per terra. Alcuni di loro, tra l’altro, il tecnico non li avrebbe voluti.
Ci viene in mente il finale di una poesia di Eugenio Montale, per sintetizzare le uniche “certezze” del momento in seno alla Juventus: – Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo –
La poesia si intitola “Non chiederci la parola”: forse qualche alto dirigente bianconero dovrebbe mettere in pratica il titolo, prima delle partite.
Paolo Marcacci
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