Per niente facile – come nell’incipit di un vecchio successo di Ivano Fossati: a Lecce per buona parte del primo tempo gli uomini di Baroni hanno fatto scomparire varchi e linee di passaggio; di conseguenza per la Juventus è stato faticoso condurre una manovra efficace e trovare la porta con continuità. Peraltro i residui di frustrazione della serata rocambolesca di Lisbona richiedevano un minutaggio fisiologico per poter essere smaltiti. Aggiungiamo le dieci assenze, l’identità da ricreare per tamponarle, la consapevolezza di essere in mezzo al guado, con ogni componente in discussione e gli interrogativi che si sono moltiplicati, a cominciare dalla guida tecnica.
Con il riferimento solido e fluido al tempo stesso di Milik davanti, con Soulé dal primo minuto largo a sinistra, con Gatti buono in impostazione anche se goffo in copertura, perlomeno la Juventus ha avuto un senso, soprattutto dal momento dell’ingresso di Nicolò Fagioli. Diciamo subito che in casa Juventus un regista ci sarebbe, anzi: c’è.
Poi c’è il gol: quella cosa lì alla Juventus l’hanno vista spesso, ma nel frattempo erano passati un po’ di anni, un bel po’. Perché quella è una giocata alla Del Piero. Un colpo non casuale, un tipo di conclusione che un giocatore di ventun’anni esegue soltanto se ha nelle corde le doti del predestinato: prepara praticamente da fermo il giro di caviglia che fa decollare la palla, prima; poi la traiettoria è un biscotto inzuppato nel latte, che si fa morbido e più dolce, prima di sciogliersi dove i legni si incontrano ad angolo retto.
Paolo Marcacci
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