Il paradosso, rivelatosi tale dopo non più di un quarto d’ora, è che la Juventus a questo scontro diretto ci era arrivata in condizioni decenti, con premesse di crescita e di fiducia ritrovata.
Invece Allegri è tornato a parlare di paura, al termine della gara; termine giustificato per sintetizzare il comportamento rinunciatario, sostanzialmente, di una squadra che persino quando si è trovata ad attaccare in superiorità numerica ha dato l’impressione della fragilità, tanto che in più di un’occasione ha prestato il fianco alle transazioni di un Milan che dal ventesimo, o giù di lì, in poi ha iniziato a giocare al gatto col topo.
Il timoniere, lucido come analista, è ovviamente in prima fila sul banco degli imputati; però non possiamo non sottolineare di aver assistito a una moltitudine di errori tecnici nella gestione di palloni anche banali: errori in appoggio, nel fraseggio, nei cambi di gioco più elementari. Cominciamo anche a dire che per certi interpreti, con determinati ingaggi, si dovrebbe attendere di usare determinati aggettivi per impegni dalla soglia di difficoltà più elevata di quelli con il Bologna o col Maccabi. Peraltro, mercoledì scorso, nel mezzo di una serata terminata con l’unico risultato a disposizione per i bianconeri, solo noi abbiamo notato che per un largo tratto della ripresa la linea mediana era stata consegnata agli israeliani?
Quello che abbiamo visto noi, ancor più di un Milan concreto ed essenziale nello sfruttamento degli spazi e nella gestione della palla, è stata una Juventus che avrebbe offerto occasioni a chiunque, in termini di palle perse o mal gestite, fase difensiva imbarazzante, protagonisti annunciati solo dall’altoparlante.
Paolo Marcacci
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