Il Calcio, in quanto fenomeno sociale per eccellenza, non è mai svincolato da legami con la politica e in più in generale con il contesto storico-culturale del tempo. Il mondiale del 78′ in Argentina è simbolo, manifestazione plastica di questo rapporto viscerale diretto tra calcio e la storia.
L’argentina del 78′ è un paese segnato dalla giunta militare di Jorge Rafael Videla, divenuto presidente nel 1976 dopo un colpo di Stato che deporrà Isabel Martínez de Perón, prima donna a guidare il paese. Il regime di Videla significherà una parola, che ben presto tutto il mondo imparerà a conoscere, desaparecidos.
In finale di quella coppa del mondo arriverà proprio la squadra di casa l’Argentina, forte di una rosa di grande talento ma anche di una non indifferente spinta politica. La nazionale Albiceleste rappresentava il fiore all’occhiello di un regime che voleva portare in patria la Coppa del Mondo. Al Monumental, nella casa del River Plate, davanti agli scatenati tifosi argentini, a contendere il titolo iridato all’Argentina, gli Orange dell’Olanda, orfani di Cruijff ritiratosi dalla nazionale. Un pizzico d’Italia è comunque presente, l’arbitro sarà infatti l’italiano Sergio Gonnella.
L’argentina passa in vantaggio con il suo attaccante goleador Kempes ma all’82’ l’Olanda trova la via del pareggio gelando il Monumental. Nei secondi finali di gara accade l’impensabile: gli Orange attaccano ancora e Rob Rensenbrink ha sulla punta dello scarpino la rete che vale un’intera vita sportiva. Il calcio sa essere spietato e quella che poteva essere la favola olandese si trasforma nella beffa, il pallone coglie il palo e regala all’Argentina i supplementari.
Nei tempi extra-regolamentari l’Albiceleste troverà la rete prima con Kempes e in fine con Bertoni, conquistando l’agognata Coppa del Mondo. Rob Rensenbrink rimarrà per sempre il calciatore del palo, l’uomo a cui il destino del calcio negò la gloria sportiva perenne.
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