Quando il cielo è sereno, sembra che Superga ti osservi, austera e solenne. Salivo con la cremagliera e ogni metro di quel viaggio era come una ricerca, per immaginare e capire. La basilica restava silenziosa, alle sue spalle, sotto il muro rosso di mattoni, io sentivo ancora il respiro di chi non c’era più. Ero un bambino venuto dal Sud e sbarcato in una Torino che per noi meridionali nutriva distacco e disprezzo assieme. Ma c’era altro in quella infanzia, c’era il pallone e c’erano i racconti di mio padre sulla squadra di calcio che, tutta, era scomparsa su quella collina.
Una preghiera, un fiore, la fantasia impaurita immaginando l’aeroplano che sbuca dalla nebbia e si sgretola contro la chiesa.
Cercavo di capire, inutilmente. Venne la scuola, vennero compagni di classe e amici, fra questi Gigi Gabetto, figlio di Guglielmo. Difficile, anzi impossibile riaprire con lui quella storia, di quella tragedia, grande era la dignità nel dolore silenzioso di Gigi.
Dicevo Torino, altri pronunciavano “il Toro”, preferivo la dizione non calcistica, in onore alla città e alla squadra.
Settantatré anni dopo non è cambiato nulla, anzi si sono aggiunti altri amici e compagni di quel diario, Aldo Ossola, maestro di pallacanestro, figlio di Franco. Il Grande Torino non è mai morto, riposa nella mia memoria che non si desta soltanto il quattro di maggio ma è viva dal Quarantanove che è il mio anno di nascita.
Tony Damascelli
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