Stanotte, mentre seguivo dall’Australia la diretta sul caso Djokovic, scrivevo sui miei canali testuali parole:
Sono quasi le 2.30 di notte, il giudice non ha ancora deliberato. Sembra però ben disposto nei confronti di Djokovic. Se non è corrotto non potrà che dare ragione al tennista dopo aver analizzato tutta la documentazione. Il problema è che il governo australiano – palesemente in malafede – non si fermerà neanche in caso di sentenza a favore di Djokovic: staremo a vedere, ma se succede quello che vi ho appena descritto, domani vi spiegheremo perché era tutto così prevedibile.
Bene, stamattina apro i giornali e leggo: “Giudice di Melbourne annulla la revoca del visto di Djokovic”, la corte ha definito il blocco “una decisione irragionevole” dopo aver analizzato la documentazione fornita dallo sportivo, ma nonostante questo il governo vuole comunque cacciarlo dal paese. Il ministro dell’immigrazione australiano sta valutando se scavalcare la decisione della corte e annullare definitivamente il visto di Djokovic.
“Vogliono nuovamente arrestare Novak“, ha addirittura denunciato il fratello sui social dimostrando che contro di lui c’è un accanimento senza precedenti.
In realtà quei precedenti li abbiamo annunciati proprio ieri. Abbiamo già spiegato che Djokovic, amatissimo e popolarissimo in Serbia, ha recentemente affiancato il suo popolo nella protesta contro l’accordo tra il governo serbo e la multinazionale australiana Rio Tinto: un accordo per lo sfruttamento di vasti giacimenti di litio saltato grazie alle proteste che hanno giovato del supporto del tennista. Badate bene: parliamo di un accordo di 2 miliardi di euro e di circa 600 milioni di introiti all’anno, immaginate quindi quanto il governo australiano ce l’avesse col tennista.
Dopo aver studiato attentamente il caso ho trovato tutti i legami tra il Primo Ministro australiano e la multinazionale Rio Tinto di cui a breve pubblicherò gli approfondimenti.
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