Le battaglie degli anni ’70, vale a dire le lotte sociali in primis per la rivendicazione dei diritti umani e del lavoro vengono derubricate a logiche che ci avrebbero fatto vivere al di sopra della nostra possibilità. L’astuta narrazione neoliberista ha un altro pregio: creare conflitto non solo tra i poveri, ma anche intergenerazionale. Del resto, il modello degli anni ’80 italiani, quando tale cultura si diffonde soprattutto attraverso i media televisivi e le privatizzazioni del settore televisivo presenta nuovi eroi: l’uomo che si afferma da sé, il vincente, il mito americano.
In pratica questa visione dell’uomo vincente, che si afferma da sé, non è un modello italiano. È un modello che trova terreno fertile in Italia, perché in Italia c’è sempre stato l’amore per l’uomo forte al quale delegare le scelte. Ma è un modello americano, è un modello che sostituisce il modello che c’era stato tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la fine degli anni ’70 di tipo keynesiano. A un certo punto degli anni ’80, partendo dagli Stati Uniti si dice basta con queste stupidaggini.
Quindi questa idea, di questi nuovi eroi, del vincente, doveva portare persone felici. A me pare che abbia creato tante persone infelici.
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