La premessa per noi è solenne: avremmo scritto le medesime cose, perché lo avevamo già deciso e soprattutto perché lui lo aveva già meritato, anche se in finale ci fosse andata la Spagna. Né più, né meno.
Perché Luis Enrique è uno di quegli avversari al cospetto del quale ci si deve togliere il cappello; così come ha fatto lui parlando dell’Italia, ieri, poco dopo il termine di una semifinale che la sua squadra aveva dominato nel gioco e che ha perso per due errori dal dischetto.
Si badi bene, inoltre, a salvaguardare un altro concetto: il nostro giudizio non è viziato da alcun pregiudizio positivo (che sempre pregiudizio è) nei suoi confronti: né quello che potrebbe derivare dall’averlo conosciuto e dall’averne apprezzato le doti umane e filosofiche (quelle tecniche erano in formazione e sbagliò chi lo scelse), né dal calvario esistenziale che recentemente ha affrontato per quanto riguarda la sfera privata.
In questo Europeo ha dovuto affrontare una critica anche aspra, da parte della stampa iberica; si è assunto la responsabilità di smantellare il blocco madridista, ha imposto i giocatori che davvero considerava funzionali all’apertura di un suo ciclo; è stato esemplare nel difendere Morata dopo le prime battute a vuoto; ha infuso progressivamente convinzione in tutto il gruppo. E, i contenuti della gara di ieri hanno detto questo, avrebbe meritato la finale. Di qui i voti che abbiamo messo agli Azzurri, vista la soglia di difficoltà che la sua Spagna ha saputo rappresentare.
Siamo contenti del fatto che non l’abbia raggiunta, come italiani; però, al tempo stesso, ci togliamo il cappello davanti a Luis Enrique, per la signorilità evidenziata in ogni frangente, oltre che per i meriti tecnici.
Paolo Marcacci
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