Ieri ha vinto la Carabao Cup o, se siete più tradizionalisti, la Coppa di Lega inglese. Uno a zero nei confronti del Tottenham (osservazione a margine: non potevano aspettare a cacciare Mourinho e fargli preparare la finale?): è il nono titolo con il Manchester City, con il decimo in arrivo, ossia la Premier League. In tutto, in carriera ne ha messi insieme trenta, finora. Trenta/00, ve lo scriviamo come si fa con gli assegni.
Ha esportato la sua filosofia ovunque, sempre accompagnata dall’equivoco grossolano di chi l’ha confusa con i suoi sistemi di gioco. Singolare il pensiero ispiratore, come vedete; il plurale per le applicazioni delle idee, dal Barcellona in poi, passando per il Bayern Monaco.
Falangi di saputelli, con le cinture di luoghi comuni legate alla mimetica, stanno per l’ennesima volta per tirar fuori l’eterno argomento, ormai più vetusto di un luogo comune, dei tanti soldi che Guardiola fa spendere e che in particolare ha fatto spendere agli sceicchi del City nelle ultime due stagioni. Come se i suoi competitor appartenessero alla confraternita dei Carmelitani Scalzi o al movimento protestante dei Quaccheri.
Ciò che non hanno mai capito è che Guardiola, oltre alla sistematicità della vittoria, ha disseminato e dissemina l’Europa di una visione calcistica d’assieme, moltiplicata e divulgata per il continente, ai massimi livelli, attraverso tutti i calciatori che hanno lavorato con lui. Questo è un valore fondante, più duraturo delle Champions che gli si rimprovera di non aver vinto. Questa è cultura, ciò che alla fine resta in assoluto e che diventa tradizione. Episodici possono essere i trofei, quelli che comunque Guardiola ha nel frattempo accumulato senza sosta.
Chi continua a criticarlo, ci chiediamo dove riesca ancora a trovare gli argomenti, a convincersi che siano credibili. Del resto, però, persino i terrapiattisti sono convinti di abitare su una enorme tavola.
Paolo Marcacci
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