Da vari giorni gli autoproclamati professionisti dell’informazione sono presi da un’iniziativa particolare: dimostrare che la logica del ‘post hoc ergo propter hoc‘ è fallace. La logica che, lo ricordo, implica che vi sia una correlazione causale immediatamente coincidente con la consequenzialità temporale.
Il fatto che si muoia dopo essersi sottoposti alla vaccinazione non prova in automatico che si sia morti a causa della vaccinazione. Occorre valutare caso per caso. Un modo di procedere sensato in effetti.
Quand’anche in taluni casi l’evidenza fattuale lasci scarso margine all’interpretazione, si legga ad esempio l’articolo apparso su ‘Il fatto quotidiano’ del 16 gennaio: “Covid, in Norvegia 23 morti associati alla vaccinazione tra persone anziane e fragili”.
Non vi sarà tuttavia sfuggito che si continua a rubricare come morto a causa di Covid ogni decesso avvenuto dopo la contrazione del coronavirus.
Insomma: ogni morto dopo il vaccino non è necessariamente a causa del vaccino, ma ogni morto dopo aver contratto il coronavirus è morto a causa del coronavirus, ci dicono gli esperti.
Credo che sia chiaro a tutti il perché di questa disparità di trattamento. Classificare ogni morte come morte da coronavirus serve ad avvalorare il peggiore scenario come base per le politiche dei lockdown e il mantenimento delle misure emergenziali. Smentire invece le morti in seguito ai vaccini serve invece per poter seguitare nella vaccinazione di massa senza se e senza ma.
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