Prima una serie di premesse, doverose e, a giudizio di chi scrive, dirimenti.
Dunque, premesso che un allenatore, anche se in quel frangente non è, comprensibilmente, il più lucido tra quelli presenti in panchina; premesso che un allenatore è davvero un saggio amministratore della propria rosa e dei propri uomini se riesce ad andare oltre e, freudianamente, a sublimare i conflitti con qualche suo giocatore; premesso che dopo il conflitto, di dominio pubblico, tra Fonseca e Dzeko, non deve essere solo il tecnico a fare un passo verso la controparte ma che la metà della disponibilità e della profusione di diplomazia spettano al giocatore, o se proprio volete diciamo sessanta al tecnico e quaranta a giocatore; premesso infine, volendo usare la tecnica sempre utile – nel cosmo romanista indispensabile – del paradosso, che alla Roma alla fine del mercato farebbe comodo uno con le caratteristiche di…Dzeko; ci viene in mente una conclusione. O, meglio, una sensazione che comincia a essere suffragata da uno stile di condizione societaria.
Ma non sarà che, zitti zitti (in assoluto troppo, visto che non si sono praticamente mai manifestati), i Friedkin stanno cominciando a far passare il concetto secondo il quale la AsRoma viene prima di ogni individualismo, anche dei più prestigiosi, carismatici, tecnicamente indiscutibili e influenti presso il gruppo?
Nel caso, non è una cosa che si auspicava da decenni? Non anni: decenni, per chi conosce la storia della Roma, della annosa incapacità a lavare i panni sporchi in casa propria; dei sempiterni spifferi che le finestre mai del tutto chiuse a Trigoria fanno giungere anche oltre il Raccordo anulare. Ah, per concludere: la colpa, per quest’ultimo aspetto, non può essere dei giornalisti, che fanno il loro lavoro e cercano di carpire notizie e informazioni utili per illustrare le situazioni ai lettori. Cominciamo a demolire questo cliché per primo, come dimostrano di aver già capito anche i Friedkin.
Paolo Marcacci
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