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Tutti figli della troika

Se pensassimo che l’Europa abbia intenzione di salvare l’Italia saremmo dei poveri illusi, ma non perché matrigna, bensì perché somma di Stati, e non reale Unione, ove ciascuno Stato in fondo persegue i propri interessi, peraltro del tutto legittimamente.

Prima di addivenire all’Unione monetaria, si dovevano varare norme che facilitassero l’omogenizzazione dei sistemi fiscali, dei contratti di lavoro, delle regole d’impresa e delle logiche di mercato.

Anche perché un conto è la sana competizione, altro è la concorrenza sleale tra Stati partners della medesima Unione fatta a colpi di paradisi fiscali o regole economiche che calzino a guanto soltanto ad una parte degli Stati membri.

Perfino dinanzi alla Pandemia i singoli Stati si sono mossi autonomamente, figuriamoci su questioni di “tasca” quanta attenzione osservino nei confronti dei propri interessi. 

Oggi purtroppo, le imprese teutoniche e dell’area baltica hanno tutto l’interesse ad acquisire quote di mercato approfittando del profondo stato di crisi in cui versano vasti settori dell’economia italiana, spagnola ed in parte anche francese.

Ecco perché ci propongono un sostegno alla cassa integrazione e non al lavoro.

Per loro il disoccupato italiano rappresenta una grande ricchezza, che sono disposti a sostenere.

Guai?! Soltanto a pensare ad un piano serio per gli investimenti in Italia, ad iniziare dai settori strategici, a quelli della viabilità, dei trasporti, della scuola, del turismo, dell’innovazione tecnologica soprattutto legata ad un sano approvvigionamento delle fonti energetiche…

Trasformare il cassaintegrato in occupato in una economia produttiva e programmata significherebbe toglierlo dal precariato ed inserirlo in un contesto duraturo ed emancipante pronto a dar forza ad una imprenditoria che non ha mai mancato di estro e genialità e che, anzi, in una competizione leale vedrebbe le aziende dei nostri fratelli coltelli assai spesso soccombere.

Quindi, non finanzieranno mai gli investimenti, e sempre l’assistenzialismo.

Anche perché è a tutti noto che il rapporto Debito/Pil, che cagiona ogni anno una valanga di interessi passivi ed affoga il nostro bilancio, si può migliorare o riducendo il debito, oppure accrescendo la produttività, ovvero aumentando la produttività di più rispetto a quanto ci indebitiamo.

L’Europa è quindi, pronta e ben contenta di finanziarci quelle spese che restano improduttive e che quindi, dovendole poi restituire continueranno ad indebitarci.

E come vuole prestare i soldi l’Europa?

Con dei Fondi all’uopo costituiti con cui a fronte di un prestito lo Stato sottoscrive un accordo offrendo a garanzia il proprio patrimonio.

E cosa significa? Vado al succo.

Che se non restituisci i soldi ed avessi concesso in garanzia l’aeroporto Leonardo Da Vinci, piuttosto che il Colosseo, saranno soggetti esterni, nuovi proprietari, a gestire e a controllare le due grandi infrastrutture del presente e del passato.  

Quando parlo di Europa intendo chiaramente quella parte che determina gli eventi a cui noi prestiamo supinamente il fianco con l’appoggio incondizionato a provvedimenti e nomine.

Salvo poi, urlare allo scandalo, in Patria, dinanzi a dichiarazioni deliranti da parte di chi abbiamo contribuito a nominare o dinanzi a provvedimenti frustranti per la nostra economia che abbiamo magari votato all’unanimità nel contesto internazionale.

Ed ogni volta si cerca un santo protettore a cui votarsi e soprattutto a cui affidare il Paese.

Una volta è Prodi, un’altra è Berlusconi, e poi Monti, e poi Renzi, e poi Salvini, e poi Conte, e poi, magari, Draghi… e restiamo sempre al palo.

Perché a cominciare dall’analisi di questa pandemia noi possiamo vedere chi tra i sindaci, tra i governatori, nella società civile, nel management pubblico e privato abbia offerto una prova concreta di saper fronteggiare l’emergenza, di inventare soluzioni proficue, di risolvere i problemi con tempestività ed efficienza. 

È tra costoro, e tra tante altre persone semplici, ma meritevoli e capaci, che abbiano offerto in altre circostanze pari prova, che potremo individuare la futura classe dirigente.

In una democrazia, non vince l’uomo solo al comando, ma vince una squadra, selezionata con metodo e rigore, che a prescindere dai colori politici ami il il proprio Paese, ed abbia la competenza e la sensibilità per risollevarlo.

Una volta risolti i problemi in casa nostra, allora sì che potremo andare in Europa non più con il cappello in mano, ma con dignità e se servirà useremo pure la clava.

Un grande abbraccio a tutti.

Enrico Michetti


Enrico Michetti

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