Non sappiamo quanto durerà questa pandemia, non sappiamo quando ci sarà il picco in Italia, non sappiamo se saranno necessarie misure ancora più rigide, però sappiamo – e su questo concordano tutti – che superata questa drammatica situazione la nostra vita cambierà.
Temo però che difficilmente cambierà il mondo del calcio, almeno in questo suo eccesso di divismo, in questo suo considerarsi così lontano dalla vita <normale>, così ricco non solo di denaro ma anche di privilegi, come dimostrano certe discussioni assurde di questi giorni.
Invece io credo che – finita l’emergenza – anche il calcio professionistico (e non mi riferisco solo ai calciatori, ma ai dirigenti, ai procuratori, a tutti quelli che hanno a che fare con questo mondo) il calcio professionistico dicevamo dovrebbe ricominciare su basi diverse.
Ingaggi più proporzionati, spese più oculate e di conseguenza minor costo dei biglietti, maggiore vicinanza ai tifosi, rapporti diversi con il pubblico, maggiore senso di appartenenza. Sì, senso di appartenenza. Non solo ai club. Ma al mondo in cui viviamo tutti.
Alessandro Vocalelli
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