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Diego Fusaro ► “Le sardine hanno scelto la quieta servitù alla pericolosa libertà”

Quella foto non tradisce le sardine, ne esibisce coerentemente la vera vocazione e il vero posizionamento nel diagramma dei rapporti di forza: non chiamatele sardine, sono pesci pagliaccio“.

Pochi giri di parole e nessun dubbio: per Diego Fusaro l’ormai famosa foto dei vertici del movimento delle sardine in compagnia dell’esponente della famosa azienda non è un tradimento allo spirito della congregazione di Mattia Santori.

Le sardine si sarebbero invece svelate per quello che in realtà sono secondo il filosofo: un movimento che è tutto fuorché partito dal basso.

Ecco l’intervista a ‘Un giorno speciale’.

Diego Fusaro ► “La foto con Benetton non tradisce le sardine: hanno scelto la quieta servitù alla pericolosa libertà”

Direi che non si possono neanche più definire sardine, le sardine si muovono a banchi e scappano di fronte al primo ostacolo. Li definirei soltanto pesci pagliaccio perché effettivamente hanno svelato una natura adattiva rispetto al potere.

Quella foto non è una foto rubata, si sono messi fieramente in posa segnalando inequivocabilmente che quello è il loro vero orizzonte di senso: gli United Colors della globalizzazione.

Le sardine non sono ingenue, secondo me si tratta della rivendicata e compiaciuta ostentazione del fatto che ce l’hanno fatta, sono entrati nelle stanze del potere, sono amate e riconosciute dal potere che per loro è il lato buono.
Il male ritengono invece che sia il populismo sovranista, quindi le plebi che chiedono diritti sociali e salari, sovranità nazionale, non mercato cosmopolitico degli United Colors.

Assecondare l’ordine dominante effettivamente premia: ti garantisce la cornucopia di beni e di successo, ti garantisce il monologo in prima serata, l’accesso permanente ai punti nevralgici della comunicazione e dello spettacolo quindi per molti una quieta e confortevole servitù è meglio.
Vi sono però anche quelli che alla quieta servitù preferiscono la pericolosa libertà.

Oggi chiamiamo libertà il nostro non essere in grado di vedere le catene che portiamo addosso“.


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