Antonio Conte è uscito dallo stadio a duecento all’ora. La velocità che lui vorrebbe dalla sua squadra che invece ha ottenuto il terzo pareggio consecutivo, il quinto in sette partite.
Dunque il salentino è scappato da San Siro, non ha voluto parlare con la stampa, scritta e radiotelevisiva, non aveva i nervi a posto, come Lautaro ed altri suoi colleghi ai quali Conte richiede l’esasperazione del football. Va da sé che, quando i risultati non arrivano, la rabbia è schiuma, è lava che esce dalle bocche come è capitato a Lautaro a Ranocchia a D’Ambrosio, tutti figli del lavaggio del cervello e dei muscoli del loro allenatore.
Non so se anche stavolta Conte abbia la faccia di tirar fuori i soliti alibi, scaricando le colpe sui giocatori e sulla dirigenza e non sui propri errori. Perché la crisi dell’Inter, nei risultati, è anche la crisi del tecnico che ha perso di vista il gioco preferendogli la corsa, l’aggressività, il repertorio che quando si hanno due linee di febbre diventano pericolosi e controproducenti.
Il silenzio stampa di Conte è la sua sconfitta ed è una macchia per il club cinese che ieri ha pensato di festeggiare il capodanno nazionale facendo indossare le magliette nerazzurre con le scritte in lingua cantonese. Le lanterne rosse sono molto rosse, come la faccia di Conte.
Tony Damascelli
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