Un attore è anche il suo volto, la sua espressione, i tratti del volto. Più quel volto è caratteristico, più resta impresso a generazioni di spettatori che hanno visto e rivisto i suoi film. Carlo Delle Piane aveva e avrà uno di quei volti che non si dimenticano. Forse anche per questo, quantomeno negli anni giovanili, è stato percepito come caratterista, vista la sterminata filmografia alla quale ha preso parte.
Poi, è arrivato l’incontro con Pupi Avati, con quel cinema dalla filigrana inconfondibile, per luce, note, intrecci e modo di far luce sui rapporti umani. Ed è stato come se quel volto e quella voce avessero conosciuto una rinascita, come se in quelle pellicole ne avessimo imparato ad apprezzare altri tratti, rughe, tonalità. Abbiamo conosciuto l’attore, sommo, oltre il generico interprete di tanti film, di livello vario e variegato.
Basterebbero “Regalo di Natale” e, a distanza di anni, “La rivincita di Natale”, con gli sguardi, le battute, i silenzi che vanno in scena attorno al tavolo da gioco, per raccontare di un artista che con la propria bravura ha saputo sublimare il suo aspetto così caratteristico, in modo tale da far rilucere la qualità della sua interpretazione, lo spessore che dava ai dialoghi, senza che più facessimo caso alle linee del suo volto.
Paolo Marcacci
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