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Una piccola questione pedagogica

Ogni volta che un allenatore, nel calcio che conta, stabilisce una misura disciplinare verso uno o più dei suoi giocatori ricchi, celebri e viziati (come lo sono milioni di loro coetanei o ragazzi più piccoli, non celebri e non ricchi), il buon senso e il rispetto della forma (oltre che degli altri) tornano a respirare, per qualche ora sotto i riflettori.
Chi scrive è (anche) un insegnante; quindi nella decisione di Gigi Di Biagio, magari sfumata dal fatto che Kean ieri sera era poi presente in panchina, intravede anche ciò che troppe volte nelle scuole, ma ancora prima nelle famiglie, si evita di fare: punire, riprendere, vietare.

Perché questa omissione educativa? Per quieto vivere, per non avere rogne, per per evitare proteste e, sempre più spesso, prese di posizione anche legali da parte di genitori iperprotettivi, sempre più “amici” e complici dei coccolatissimi (e sempre più deboli) pargoletti. O pargoloni.

Nel momento in cui capita a due giovani baciati da tante fortune, a cominciare da quella del talento e di conseguenza iper privilegiati e sovraesposti per fama e ricchezza, accade qualcosa che va nella direzione opposta all’andazzo diseducativo che c’è in famiglia (sempre più diffuso) e a scuola (in sensibile aumento, in quanto le istituzioni scolastiche sono sempre più ostaggio del giustificazionismo genitoriale).

Nella società italiana in generale e in un ambiente come quello del calcio professionistico nostrano, sempre più in preda a un maldestro e infantile individualismo, un commissario tecnico ci ha ricordato la sacralità del rispetto del gruppo, che per traslato potremmo estendere al rispetto della collettività, a livello di senso civico. Rimettendoci tangibilmente, perché si è autolimitato per una importante scelta tecnica, ossia quella di Kean. Zaniolo, come i lettori sapranno, era squalificato ma anche se non lo fosse stato non sarebbe cambiato nulla.

Gigi Di Biagio, in un momento per lui estremamente delicato a livello tecnico e di carriera, ha fatto ciò che milioni di madri, padri, insegnanti e presidi non sono più in grado (e a volte in condizione) di fare. Bisognerebbe parlarne a scuola, ben sapendo che qualche genitore avrà da ridire. 

Paolo Marcacci

Paolo Marcacci

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