Titoli di coda? Se sì, nella coda il veleno, come dicevano gli antichi.
Antico, quindi sacro, abbiamo sempre considerato, a prescindere, il rapporto di Francesco Totti con la Roma; ancor prima, intoccabile il suo prestigio interno al club. Evidentemente, ci sbagliavamo.
Lo dicono i fatti: ciò che accade, ciò che tarda ad accadere, che è comunque già di per sé un fatto. Queste sono ore certamente calde, su questo fronte e le diciture sono più che mai importanti, con tutti i distinguo che si portano appresso: un conto, per esempio, è la qualifica di direttore tecnico, soprattutto intesa nel senso e nell’operatività tradizionali; altro è la dicitura ‘responsabile tecnico‘, con tutte le precisazioni fumose che si porta appresso.
Poi è chiaro, come obiettano in molti, che Totti come componente della sfera dirigenziale debba studiare, apprendere, verificare sul campo le sue attitudini e scoprire la cifra più appropriata della sua operatività.
Però ci chiediamo: quanto la Roma di Pallotta ha realmente a cuore la tutela e la valorizzazione del Totti dirigente, al di là del monumento vivente che lui incarna?
Ecco che, però, torna preponderante una sensazione, sempre avuta da quando è iniziata l’era della presidenza americana: quanto fa ombra questo monumento dentro Trigoria? Quanto pesa un nome che, nei cinque continenti, è globalmente più celebre della Roma stessa?
Usiamo spesso un paradigma un po’ scherzoso, ma soltanto un po’: chiedete a un bambino col turbante a cavallo di un elefante in qualche località asiatica se sa cosa sia la Roma; potrebbe essere incerto nella risposta.
Provate, poi, a regalargli una maglietta di Totti: lo vedrete saltare dalla gioia.
Concludendo, volendo mettere anche sul piatto della bilancia ogni aspetto della vicenda, compresi alcuni difetti di comunicazione palesati da parte del ‘Capitano emerito‘ del club, non possiamo che rinnovare una sensazione che i fatti ci continuano a confermare: Totti in questa nuova dimensione professionale e in questa fase della sua vita pubblica andrebbe supportato e aiutato a crescere.
Continua invece a essere sopportato, con quella unica vocale rotonda di differenza dentro la quale sembrano celarsi, nemmeno troppo velatamente, le volontà di chi tirerebbe un sospiro di sollievo se la più grande bandiera della Roma, intesa come patrimonio di passione e sentimenti, smettesse di sventolare in seno alla Roma stessa, intesa però come società, con tutta la sua decentrata dirigenza.
Paolo Marcacci
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