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Un Principe, Ranieri

Affittare la vostra casa a qualcuno e, al termine del contratto, trovarla meglio di come gliel’avevate lasciata: è con questa similitudine che vorremmo ricordare Claudio Ranieri.

Ricordare, sì; rammentare, se preferite: c’è ancora lui sulla panchina della Roma; ci sarà fino al termine della stagione agonistica. Ci ha più riflettuto qualcuno? No, nemmeno quando se lo è trovato davanti. Basti pensare alla conferenza dell’altro ieri, solo teoricamente dedicata all’impegno in trasferta contro il Sassuolo: in realtà monopolizzata dal caso De Rossi, con uno spazio dedicato anche alle ipotesi circa il nome del suo successore alla guida tecnica della squadra (o dell’azienda?).

Se dopo circa un mese di divagazioni rispetto a quelli che dovrebbero essere gli argomenti specifici di questo finale di campionato si mostra un po’ meno affabile di quando si era offerto di andare a prendere Conte all’aeroporto, beh…ha mille volte ragione. Con l’inciso, peraltro, che i concetti più romanisti i tifosi li hanno sentiti da lui, in questi giorni in cui sembra che si faccia a gara, in vari ambiti dell’azienda, a far evaporare quei residui di senso di appartenenza che la dirigenza statunitense, forse, nemmeno si rende conto del tutto di stare “picconando” con una serie di comportamenti centrifughi rispetto alla tradizione, al modo di fruire lo stadio, a ciò che il club ha sempre chiesto al suo popolo.

Se prive di interesse, anche per ragioni contingenti, oltre che per il pessimismo indotto dalla classifica, saranno le ultime due giornate del torneo, che perlomeno si saluti degnamente chi poteva starsene a casa col plaid sule gambe e invece ha accettato la chiamata di una Roma perennemente in cerca d’autore. Alla fine di questa stagione, quando ci si troverà a fare un bilancio separando ciò che non ha funzionato dalle cose che andrebbero salvate, nella colonna di queste ultime potremmo trovare soltanto il suo stile, i suoi comportamenti, i messaggi che ha voluto far arrivare, le forti critiche espresse in punta di fioretto.

Che gli si chieda scusa, infine, per le condizioni in cui ha lavorato e per ogni situazione sulla quale ha dovuto mettere la faccia. Forse nessun altro lo avrebbe fatto: è una medaglia al valore, per uno che non si sognerebbe mai di chiamare “azienda” la Roma. 

Paolo Marcacci

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