“La Spagna ha votato per la difesa dei diritti e delle libertà, dell’uguaglianza e della giustizia sociale, per un Paese che guarda al futuro e vuole continuare a progredire. Grazie agli oltre 7.300.000 spagnoli e spagnole che hanno fatto affidamento sul Psoe”. Così, in un tweet, il leader socialista Pedro Sánchez dopo i risultati delle elezioni in Spagna.
Con il 99,9% dei voti scrutinati i socialisti ottengono 123 seggi alla Camera, seguiti dal Partito Popolare – al suo peggior risultato di sempre – con 66 seggi. Poi Ciudadanos con 57 seggi, Podemos con 42 e l’estrema destra di Vox con 24.
Il voto segna la prima volta di un partito di ultradestra nel Parlamento, ma la sua avanzata è inferiore alle previsioni dei sondaggi. Chiaro vincitore, Sanchez avrà però bisogno di alleati per raggiungere la soglia dei 176 seggi necessari per governare, per la quale non basteranno i deputati della sinistra radicale di Podemos.
I socialisti hanno vinto in una tornata elettorale che ha visto il crollo storico dei popolari. Come, di storico, c’è l’ingresso in Parlamento dell’estrema destra; ma ora la Spagna deve trovare una maggioranza per formare il governo e, ancora una volta, saranno i partiti indipendentisti a ricoprire un ruolo importante nel rebus delle alleanze.
Il Paese iberico è arrivato al voto dopo un periodo di difficile stabilità politica: nel dicembre 2015, infatti, l’arrivo in parlamento di due nuove forze anti-casta (Podemos e Ciudadanos) ha contribuito a frammentare il Parlamento, tanto che è stato necessario ripetere le elezioni a giugno 2016 di fronte all’impossibilità di formare un esecutivo. Da allora si sono succeduti due governi di minoranza, guidati prima dal popolare Rajoy e poi da Sánchez.
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