È stato Daniele De Rossi a trasformare gli agnelli giallorossi di Firenze almeno in leoncini? Il calcio è un gioco di squadra, raramente è un singolo a deciderne le sorti. Ma nel caso del capitano romanista potremmo anche fare un’eccezione.
De Rossi veniva da una lunga pausa. Ha temuto persino di dover smettere. Poi Di Francesco gli ha detto: vedi che puoi fare per noi. E lui ha infilato maglietta e scarpini e ha fatto tutto ciò che era in suo potere. Ha giocato meglio altre volte. Ha pure segnato un mare di gol. Ma contro il Milan non serviva un giocatore di classe; serviva un simbolo, uno da mostrare a compagni e avversari.
De Rossi non è perfetto. Ogni tanto perde la testa e non sai mai che cosa potrà combinare. Gli è successo da ragazzo e da adulto. Ha avuto una vita prima facile e poi difficile, in ogni caso una vita vera da cui esci più forte. Non è nato con i piedi di Totti, ha dovuto cercare altrove la sua eccezionalità. E l’ha trovata.
Mi portarono a vedere la Primavera della Roma per osservare Aquilani. Bel giocatore, elegante, pensai. Ma prenderei quello che gli sta accanto, che lo protegge e gli permette di muoversi in libertà. Era De Rossi, che già allora giocava per gli altri.
Era troppo piccolo da ragazzo, racconta una leggenda romanista. Lui passò l’estate ad Ostia, saltando in alto grazie alla pallavolo. Ritornò a Trigoria così come lo vediamo oggi, barba a parte.
Roberto Renga
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