Se da un lato l’idea di poter comunicare con tutti nel mondo attrae e affascina, dall’altro pensare di perdere l’ennesimo elemento che ci rappresenta e che ci caratterizza, angoscia e preoccupa. Ciò, a maggior ragione, se la lingua in cima alla lista delle potenziali lingue globali è quella inglese, o pseudo tale: “Il punto – spiega Diego Fusaro – è che si sta parlando l’inglese che non è quello di Shakespeare e di Oscar Wilde, bensì l’inglese anonimo, algido e spersonalizzato dei mercati. Quello che a Londra non chiamano neanche inglese, ma Globish, una sorta di media lingua che serve soltanto alle transazioni del mercato“.
È in corso un vero e proprio “imperialismo culturale e linguistico“ secondo il filosofo, che ci sta privando anche di quella “ultima roccaforte della nostra identità culturale“, cioè della lingua che ciascuno di noi parla e con cui ciascuno di noi può esprimere sé stesso e ciò pensa. “Disse una volta Hegel – commenta Fusaro – che parlare la propria lingua è per un popolo un diritto fondamentale, perché se si introducono nella lingua formule straniere si perde per il popolo il rapporto con le cose stesse che vengono nominate”.
La lingua, dunque, è parte integrante e al tempo stesso rappresentativa di una cultura e “se è vero che la cultura esiste sempre al plurale, cioè come dialogo tra le culture, allora è anche vero che la lingua esiste nella pluralità delle lingue” e ciò che ne consegue, secondo il saggista, è che “la pretesa di un’unica cultura globale, un’unica lingua globale, è l‘annientamento dell’idea stessa di cultura“.
Si osserva, però, “che preservare la propria lingua nazionale non ha lo scopo di disprezzare le altre. Tutte le lingue sono un arricchimento, compresa la lingua inglese”.
E’ per questo che il valore aggiunto che ci viene fornito, specialmente in quest’epoca, è quello del poliglottismo, della pluralità linguistica.
Non ha senso cioè, abbandonare l’inglese o abbandonare l’italiano. L’unica cosa che va abbandonata è la pigrizia, la pigrizia globalizzata su tutte le cose.
Lo scopo è quello di non cedere ai “moduli dell’inglese standardizzato del mercato cosmopolitico” che rischiano di farci perdere ciò che la lingua nazionale rappresenta: un punto di incontro tra ciò che eravamo e ciò che siamo.
Fabio Duranti
C'è un tema che nelle ultime settimane si sta imponendo con una forza inaspettata, e…
La Roma continua a lavorare per Rodrigo Mora, uno dei giovani più interessanti del Porto.…
Il Centro Studi di Confindustria delinea uno scenario economico complesso per l'avvio del terzo trimestre…
Negli ultimi giorni le voci su un possibile stop alla trasferta dei tifosi della Lazio…
Abbiamo costruito un mondo di regole e costituzioni che dicevano di tutelarci, e invece no.…
"Mai l'Italia in mano alla sinistra": così ha solennemente dichiarato nei giorni scorsi il prode…