Yara, nuova perizia sui cellulari di Bossetti

YARA

Massimo Bossetti è in carcere da due settimane e oggi è l’ultimo giorno utile per chiederne la scarcerazione con un ricorso al Tribunale del Riesame. I suoi avvocati non hanno ancora deciso se farlo o no: «Sceglieremo all’ultimo momento». Il ricorso in realtà è pronto, quello che devono capire i legali è se sia opportuno presentarlo. Non vogliono scoprire le proprie carte inutilmente, e soprattutto hanno bisogno di più tempo per esaminare il ciclopico fascicolo d’inchiesta frutto di tre anni e mezzo d’indagini, tanto è il tempo passato dalla morte di Yara.
FASCICOLO CICLOPICO

I questi ultimi giorni Silvia Gazzetti e Claudio Salvagni – i due difensori del muratore di Mapello – sono stati in riunione permanente, e non da soli. Hanno chiesto l’assistenza di tecnici che si intendono di dna, di accertamenti scientifici, di analisi dei tabulati telefonici. «C’è troppo materiale» dicono «Esaminarlo tutto con attenzione è impossibile». E dunque, fanno intendere, è assai arduo verificare in tempi rapidi se dentro quella montagna di carte, tabelle, verbali si celino indizi favorevoli all’uomo in carcere dal 15 giugno.
Quello che sanno è che per il momento all’accusa, basata sulla prova del dna, mancano molte cose: un movente, l’arma del delitto, un testimone che abbia visto la ragazzina avvicinata da qualcuno che possa essere identificato con Bossetti, la conferma della sua presenza a Chignolo d’Isola dove venne abbandonata la vittima. E manca anche – forse soprattutto – un profilo criminale compatibile con un omicidio così bestiale: nel passato del muratore di Mapello non c’è un solo precedente, una sola segnalazione, né una denuncia anonima per un reato di qualsiasi tipo.
Tuttavia gli stessi legali sanno che per poter sperare nella scarcerazione di Bossetti devono in qualche modo intaccare la prova più importante, quella della presenza del profilo genetico del muratore nelle tracce biologiche (forse sangue) individuate sui vestiti di Yara. Per provare a farlo, però, hanno bisogno di molto tempo, di nuove analisi, di pareri scientifici capaci di mettere in discussone ciò che appare al momento inattaccabile. «Abbiamo discreti argomenti» dice l’avvocato Salvagni. Ma ancora troppo pochi per giocarli subito nel braccio di ferro con la Procura.
COMPUTER E TELEFONI

C’è poi un’altra ragione che spiega la prudenza dei difensori. Questa settimana devono iniziare nuovi accertamenti tecnici e i periti della difesa, a differenza di quanto accaduto finora, potranno partecipare. In particolare, verranno analizzati i due computer e i telefonini sequestrati nella casa di Bossetti a Piana di Mapello. Se dalle memorie di pc e cellulari dovessero saltar fuori elementi in grado di documentare interessi «morbosi» del muratore sarebbe un elemento a favore dell’accusa, in caso contrario la verifica andrebbe a vantaggio del presunto colpevole.
Stesso discorso per l’esame scientifico sul camioncino usato da Bossetti per andare al lavoro e sulla sua station wagon. Difficile che a più di tre anni di distanza possa essere rimasta qualche traccia in grado di provare che Yara fu fatta salire su uno dei due veicoli (ammesso che vi sia effettivamente salita), ma così come la difesa ha la necessità di provare a indebolire la prova del dna, la Procura ha bisogno di trovare qualche altro elemento che possa chiudere il cerchio e rendere inattaccabile l’ipotesi di accusa. 
PELI DA ANALIZZARE

Tutto ciò nell’attesa che i medici e i biologi dell’Istituto di medicina Legale di Pavia diano risposte certe sui peli trovati addosso al cadavere della ragazzina di Brembate. Due giorni fa pareva che fra quei «reperti piliferi» ne fosse stato trovato qualcuno appartenente al muratore di Mapello, ma l’indiscrezione è stata smentita dalla stessa Procura.

Il Messaggero