Yara, Bossetti: «Sono innocente» Ma il giudice lo lascia in carcere

Giuseppe Bossetti

Resta in carcere Massimo Giuseppe Bossetti, 44 anni, sposato, padre di tre figli, fermato con l’accusa di aver ucciso la tredicenne Yara Gambirasio. Il gip Ezia Maccora ha disposto la misura cautelare in carcere, ritenendo sussistenti gli indizi di colpevolezza, ma non ha convalidato il fermo poiché «dagli atti non si desume il pericolo di fuga: Bossetti è rimasto in loco durante tutte le indagini, non si è allontanato nemmeno quando la madre nel 2012 è stato sottoposta all’esame del dna». Eppure Bossetti aveva provato a difendersi davanti al giudice: «Sono totalmente innocente, non c’entro niente». 
L’ALIBI

Per due volte non ha risposto al pm, ma ieri con il gip ha deciso di parlare. Per dire che non ha ucciso Yara: «Io quella ragazza non l’ho mai vista nè conosciuta. Non frequentavo la palestra, non andavo nei luoghi in cui andava lei». E’ entrato in contatto con qualcuno della famiglia? «Ho visto solo una volta il padre che è un geometra e solo per motivi lavorativi, ci siamo incontrati in un cantiere». E’ accaduto dopo la morte di Yara e «l’ho riconosciuto perché c’erano le fotografie sui giornali e nei servizi televisivi». Per il pomeriggio di novembre in cui Yara fu inghiottita nel nulla fornisce il suo alibi: «Ero a casa con la mia famiglia». Una circostanza che la moglie, interrogata, dice di non poter confermare con «assoluta certezza: era più o meno lo stesso l’orario in cui tornava, anche priva d’inverno quando fa buoi presto». In ogni caso, sostiene la donna, «non ho mai notato alcun cambiamento in Massimo».
IL TELEFONO

Poi c’è la questione del telefono cellulare, che aggancia la cella di via Natta a Mapello, alle 17.45 e poi secondo la ricostruzione «non faceva più comunicazioni fino alle 7.34 della mattina successiva», come ha ricostruito la Procura. «Sì, ma era a casa scarico». Bossetti ha risposto in modo preciso, con accanto il suo avvocato, Silvia Gazzetti, salvo che su una cosa: come poteva esserci quello che gli esperti della Procura ritengono con certezza il suo Dna sui leggins di Yara quando fu trovata uccisa, tre mesi dopo, in un campo di Chignolo d’Isola, a qualche chilometro da Brembate Sopra. «Non so spiegarmelo», si è limitato a dire. Bossetti è rimasto «sconvolto», quando ha saputo, dopo oltre quaranta anni, di essere figlio non del suo padre anagrafico, Giovanni ma di Giuseppe Guerinoni, l’autista di autobus di Gorno, morto nel ’99 e che avrebbe avuto un relazione con sua madre Ester. 
PISTA DECISIVA

Ed è stato proprio grazie alla cosiddetta «pista di Gorno», raggiunta dopo migliaia di comparazioni del Dna, che si è giunti a lui. Gli investigatori non si sono comunque fermati nemmeno oggi alla ricerca di riscontri al quadro indiziario raccolto finora. Sono stati, quelli di Scientifica e carabinieri, nella casa della famiglia, dove Bossetti, la moglie e i tre figli hanno vissuto fino a lunedì scorso e che ora è sotto sequestro. Ne sono usciti con del materiale raccolto in due sacchetti. Parallelamente, proseguono gli accertamenti del Ris dei carabinieri sul materiale preso in precedenza: il computer di Bossetti, arnesi da lavoro e taglierini.
LA MADRE

«Ester Arzuffi presto dirà la sua verità. Vuole poter intervenire per puntualizzare fatti ed eventi emersi in questi giorni e riportare la sua versione rispetto a temi che non ha ancora toccato». Lo ha dichiarato Benedetto Bonomo, il legale vicino alla famiglia Bossetti, contattato dalla madre di Massimo Giuseppe, già martedì, all’indomani del fermo del figlio con l’accusa dell’omicidio della tredicenne.

Il Messaggero