Yara, ancora buio sulle ultime ore Ris a casa Bossetti a caccia di sangue

Massimo Bossetti

BERGAMO C’è una prova schiacciante che fa dire agli investigatori: «E’ lui, non ci sono dubbi. Il materiale genetico prelevato a Bossetti ha una compatibilità del 99,99999987% con il profilo genetico trovato sul corpo della vittima». Non solo: secondo i calcoli dei genetisti c’è una possibilità su due miliardi di miliardi di miliardi che esista un’altra persona con lo stesso dna di Ignoto 1, ovvero l’assassino di Yara Gambirasio. La pm Letizia Ruggeri, che negli ultimi tre anni e mezzo ha condotto le indagini tra faticosi passi avanti e clamorosi abbagli (come il fermo del marocchino Fikri), adesso può sfogarsi: «E’ stata un’indagine pazzesca. Potevamo impiegare anche dieci anni, ma ce l’avremmo fatta. Non ci saremmo arresi». Per Bossetti il magistrato non esclude di chiedere il rito immediato, processo senza udienza preliminare per il quale occorre l’evidenza della prova. Per gli inquirenti c’è, anche se la pm ammette: «Il puzzle è quasi completato, ma l’indagine non è chiusa benché l’ordinanza parli di pressanti esigenze cautelari». I carabinieri del Ris sono tornati nella casa di Mapello della famiglia Bossetti. Hanno ispezionato l’abitazione con il Luminol alla ricerca di tracce di sangue, a partire dai vestiti. I vuoti da colmare, ammettono gli investigatori, «sono voragini». A cominciare da cosa sia accaduto a Yara la sera del 26 novembre 2010.
DALLA PALESTRA A CHIGNOLO
La scomparsa di Yara è avvenuta senza che nessuno si sia accorto di nulla. Verso le 17,30 esce di casa, in via Rapinelli, percorre 700 metri di strada solitaria e poco illuminata e raggiunge la palestra. «L’inchiesta è partita subito in salita – ricorda la pm – Le telecamere all’uscita del centro sportivo non funzionavano, tanti testimoni ci hanno fornito elementi sui quali abbiamo lavorato ma non si sono rivelati validi». L’unico appiglio erano le celle telefoniche, così sono state raccolte le utenze di chi transitava in quelle ore tra Brembate e Mapello: ben 120mila, selezionate una a una. Come scrive il gip Ezia Maccora nell’ordinanza di custodia cautelare, il cellulare di Bossetti «ha agganciato alle ore 17.45 la cella di via Natta di Mapello, compatibile con le celle agganciate dall’utenza cellulare in uso a Yara Gambirasio nello stesso pomeriggio, prima della sua scomparsa, dato che anche il cellulare della ragazzina risulta abbia agganciato la sera del 26.11 alle ore 18,49 la stessa cella. L’indagato si trovava quindi, quantomeno alle 17,45, nella zona in cui si trovava Yara e nelle ore successive e fino alle ore 7.34 del mattino successivo il suo cellulare non ha più generato traffico telefonico». Ma c’è un problema: la cella si estende fino alla zona di Piana di Mapello, 8 chilometri più giù, proprio dove si trova la cascina dei Bossetti. Fino al 27 febbraio 2010 il cellulare dell’uomo non si collega a celle diverse e soprattutto non si è mai agganciato a quella di Chignolo d’Isola, dove è stato abbandonato il corpo di Yara.
DOPPIA PERSONALITA’
Giura Massimo Giuseppe Bossetti nell’interrogatorio davanti al gip: «Yara l’ho vista solo in foto sul giornale. Non avrei mai potuto ucciderla. Non sono capace di far male a nessuno, ho dei figli della stessa età». Solo in un’occasione, dice, «ho incontrato per lavoro il padre Fulvio Gambirasio quando era sul cantiere di Palazzago, nel periodo in cui la figlia era scomparsa. Se fosse successo a mia figlia non avrei avuto neanche la forza di continuare a lavorare». Il ritratto di Bossetti dipinto dagli investigatori è quello di un uomo dal doppio volto: tutto casa e famiglia, sempre presente con i figli, e allo stesso tempo «narcisista, con il pizzetto curatissimo e l’assidua frequentazione del centro estetico per le lampade solari». Socievole ma «molto rigido e ossessionato dall’ordine». Al gip dice di ricordare i suoi spostamenti del 26 novembre, «perché conduce una vita normale, dedicandosi al lavoro e alla famiglia e quindi ”ripetitiva”». Si alza presto e va in cantiere (il datore di lavoro è suo cognato), la sera esce di rado e sempre in compagnia della moglie e dei figli. La domenica incontra i parenti e i genitori a cui è molto legato.
IL PROFILO
Impossibile capire chi è davvero. Un uomo dalla condotta «riprovevole», come scrive il giudice, senza «freni inibitori», dotato di «un’indole malvagia e priva del più elementare senso d’umana pietà», capace di agire con «tale ferocia» nei confronti di una «giovane e inerme adolescente» o il bravo padre di famiglia che la sera dopo cena, stanchissimo, «si addormenta sul divano»? In questi giorni di carcere il muratore ha pianto, però non ha mai domandato come stanno la moglie, i figli e il resto della famiglia. Non ha chiesto foto o il permesso di consegnare lettere. L’unico momento in cui è stato visto sconvolto è quando nell’interrogatorio viene informato di essere il figlio illegittimo dell’autista di Gorno: «Non ci credo, non è possibile». Per 44 anni la madre Ester Arzuffi ha custodito il segreto e anche ora che viene messa di fronte all’evidenza del dna nega tutto: «Non ho mai avuto una relazione sentimentale e sessuale con Guerinoni. No, non sono mai stata quel tipo di donna. Ci penso ma non ricordo assolutamente».
INCONTRO IN CHIESA?
Bossetti frequentava la parrocchia, pista che stanno approfondendo gli investigatori alla luce di ciò che ha raccontato il fratellino: «Era infastidita da un uomo che aveva visto in chiesa». Il movente, per l’accusa, è di natura sessuale. Tuttavia «non vi sono elementi emergenti dalle indagini che indichino con certezza violenza o attività sessuale. Nella relazione si dà atto che al momento dell’autopsia il reggiseno si trovava slacciato e che all’analisi i gancetti posteriori risultano essere integri e resistenti alla trazione». 
IL CORPO
Dalla posizione del corpo nel campo di stoppie la scientifica ha evinto che il manovale si sia caricato Yara sulle spalle, gettandola supina e incosciente. «Pensava di averla uccisa», afferma un investigatore. L’autopsia riporta «segni di lesività contusiva al capo (nuca, angolo destro della mandibola e zigomo sinistro)», oltre a «segni di almeno 8 lesioni da taglio e una da punta e taglio a collo, polsi, torace, dorso e gamba destra relativamente superficiali e insufficienti da sole a giustificare il decesso. Non sono presenti lesioni tipicamente da difesa». A uccidere la piccola Yara, 13 anni, è stato il freddo. Per i genitori torna il dolore feroce di quei mesi. «Ora è in paradiso», dice Fulvio Gambirasio.

IL MESSAGGERO