Vaticano, cade il segreto sui conti Ior

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Porta la data del primo di aprile, ma non è uno scherzo. La caduta del segreto bancario dello Ior è come la fine della nebbia in Val Padana. L’accordo è storico e l’opacità che ha sempre avvolto l’attività della banca vaticana lascia spazio ad un automatismo fiscale tale da aiutare il rientro in Italia dei capitali. Sotto le spallate vigorose di Papa Bergoglio che voleva mettere fine alle leggende nere, agli scandali del passato, ai sospetti anche l’ultimo muro è crollato. Il fatto è che il Papa, con il Giubileo alle porte, vuole sgombrare il campo da ogni equivoco, ogni possibile sospetto, ogni potenziale scandalo. Aria nuova. L’intesa firmata nel Palazzo Apostolico tra il ministro dell’economia, Padoan e il ministro degli esteri, monsignor Gallagher in un clima «molto molto cordiale» – parole del nuovo ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Mancini, presente alla cerimonia – segna la fine di un’era, di un mondo, di un sistema. Il ministro Padoan, uscendo dal palazzo apostolico, commentava soddisfatto che si tratta di un passo in avanti che «rafforzerà il meccanismo della voluntary disclosure», ovvero lo scudo fiscale sui patrimoni, anche se le rendite saranno tassate solo dal 2014. Il giurista vaticano Dalla Torre, invece, sottolinea che dal punto di vista tecnico la nuova normativa presenta «diversi pregi»: da una parte vi è la salvaguardia delle prerogative degli enti centrali della Chiesa, e dall’altra il fatto di non prevedere esplicitamente la retroattività delle disposizioni previste dall’accordo.
IL MECCANISMOSecondo i nuovi accordi lo scambio di informazioni tra i due Stati da ora in poi sarà totale sui periodi di imposta a partire dal gennaio 2009. L’intesa è simile ma non del tutto gemella con quella firmata dall’Italia con la Svizzera. Lo scambio di informazioni tra Roma e la Santa Sede non sarà «automatico», come prevede la best practice dell’Ocse. Sarà a «richiesta». Toccherà insomma alle autorità italiane indicare le informazioni «verosimilmente rilevanti» per le indagini fiscali. Informazioni che, tuttavia, non potranno essere chieste dall’Agenzia delle Entrate, ma potranno essere acquisite soltanto attivando i canali diplomatici. Comunque sia, l’accordo prevede, come per la Svizzera, che le informazioni non possano essere negate appellandosi al segreto bancario. La centenaria ritrosia vaticana a difendere i propri confini finanziari, la propria autonomia, la propria territorialità si è sciolta come neve al sole. Il passaggio era stato anticipato il mese scorso dal premier Renzi. Due giorni fa, invece, il segretario di Stato, Pietro Parolin durante una conferenza sul rapporto tra potere e moneta aveva voluto ridimensionare la capacità dello Ior, rapportando l’Istituto per le opere di religione ad altri istituti bancari nazionali. «Tutto deve essere collocato nelle sue giuste proporzioni. Innanzitutto lo Ior non è mai stato una banca vera e propria, nè una Banca centrale». Le riforme introdotte servono ad adeguare il Vaticano alle normative internazionali per il contrasto con il riciclaggio. «Se nel dicembre 2012 c’erano in Italia circa 700 aziende bancarie, con più di 32.000 sportelli e con un attivo complessivo di 4.200 miliardi di euro, alla stessa data lo Ior pubblicava un attivo pari a 4,2 miliardi, con un’unica sede aperta al pubblico». Parolin concludeva: «lo Ior equivale quindi allo 0,1% del sistema bancario italiano e la sua portata equivale a quella di un unico istituto bancario piccolo». Con questi numeri, insomma, è chiaro che la voluntary disclosure di Padoan non potrà contare su grandi apporti finanziari. Ma il segnale è importante. Fatte le debite proporzioni il passaggio contenuto nel’’accordo resta memorabile. Crollo del segreto bancario a parte, le altre novità riguardano il settore delle tasse con una semplificazione nel pagamento delle imposte sulle rendite prodotte dalle attività finanziarie detenute nel piccolo Stato vaticano. Vale a dire che enti e organismi (non solo religiosi) aventi un conto corrente al Torrione Niccolò V saranno tenuti a pagare una specie di cedolare secca sull’ammontare del deposito. Lo stesso vale per quei dipendenti o ex dipendenti che hanno un conto corrente. Insomma, si tratta di una semplificazione tributaria, un automatismo per agevolare trasparenza e collaborazione reciproca. L’accordo risolve anche un vecchio contenzioso, se gli immobili inclusi nel trattato Lateranense dovessero pagare o meno la «spazzatura». Essendo la Tari una tassa e non una tariffa, e prevedendo il trattato che gli immobili non pagano tasse in Italia, non pagheranno nemmeno quest’ultima. Qualcuno su Twitter, intanto, scherzava sulla caduta del segreto bancario: finalmente sapremo di chi sono quei 30 denari richiusi nel caveau dello Ior da 2000 anni.

Il Messaggero