Vanessa e Greta di nuovo a casa «Grazie a tutti per le preghiere»

vanessa e greta

Una bandiera italiana al balcone dice più di mille parole. Greta Ramelli torna a casa quando ormai è buio, piove e l’aria che arriva dal lago di Varese è gelida. La brutta avventura finisce qui, dopo le paure di cinque mesi e i ripensamenti di oggi, dopo le suppliche che hanno scandito il tempo della prigionia e la felicità per la libertà ritrovata. «Ringrazio tutti» dice. E poi va al balcone ad appendere il tricolore, che significa molte cose tutte insieme: gratitudine, riconoscenza, felicità, e anche un senso di appartenenza ritrovato.
GRAZIE PER LE PREGHIERE

Qualche ora prima, nella campagne industrializzate della bassa bergamasca, era stata Vanessa Marzullo e rientrare nel suo mondo di sempre. L’aria sfatta dalla stanchezza, un mezzo sorriso, poca voglia di parlare. Grazie e ancora grazie: «Grazie ha chi ha fatto di tutto per liberarci e grazie a chi ha pregato per noi». Niente di più. Adesso è il tempo di ripensare, riflettere, ricostruire. E magari ritrovare la «voglia di aiutare gli altri», questa volta senza superare i confini del pericolo estremo.
Strana atmosfera quella che si respira intorno al ritorno a casa delle due ragazze. Ci sono striscioni di benvenuto e larghi sorrisi di genitori, parenti, amici e curiosi. E non potrebbe non essere così. Ma oltre a questo c’è anche una sorta di sottile pretesa di chi vorrebbe che oggi Greta e Vanessa anziché gioire si pentissero e chiedessero scusa, come se le prime vittime di cinque mesi da incubo fossero altri, e non loro. Come se, invece di godersi un ritorno che a tratti hanno pensato impossibile, adesso dovessero camminare a capo chino davanti alla Nazione in segno di espiazione.
Greta rientra nella villetta di famiglia e la prima cosa che fa è andare in camera sua. Ritrova oggetti e ricordi che pensava perduti. Ma fuori c’è il plotone delle telecamere a farle fretta: devi chiedere scusa a qualcuno? Lei si affaccia al cancello scortata dal fratello, sorride timida e spaventata: «Ho chiesto scusa alla mia famiglia per il dolore che ho provocato». E poi dice che no, non ci tornerà in Siria, non adesso, non nel modo in cui ci era andata a fine luglio: «Però bisogna continuare ad aiutarli il più possibile restando qui».
SIRIA TROPPO PERICOLOSA

Anche lei, come Vanessa, ha il volto segnato dalle pene della prigionia e dalla grande fatica. Poche parole per ricordare i giorni che hanno preceduto il rapimento: «Laggiù la situazione si è fatta insostenibile, troppo pericolosa. E noi per cinque mesi non abbiamo saputo niente di quel che accadeva, ma di certo le cose in Siria sono peggiorate». Ringrazia la Farnesina e l’Unità di crisi, ringrazia quelli che sono andati a prenderla e l’hanno riportata a casa. «La loro gentilezza, la loro accoglienza, le loro premure: non potrò mai dimenticarle».
Di riscatto non si parla, e non si deve parlare. Anche se nel mugugno di chi si tiene alla larga dalle loro case è il tema ricorrente, il motivo dello scandalo. Il fratello di Greta parla al posto suo: «Su questa cosa il ministro Gentiloni ha già detto tutto quello che si doveva dire. Se volete inventarvi qualcosa fate pure». È tutto. La ragazza saluta e rientra in casa, finalmente. Le amiche che nel pomeriggio hanno appeso un cartello davanti all’uscio osservano da lontano, raggianti: «Solo le persone grandi sanno capire le grandi cose» avevano scritto.
Anche Vanessa, a Brembate, si è già chiusa la porta di casa alle spalle. Un po’ per ritrovare serenità, un po’ per tenere lontane le polemiche che hanno investito lei e la sua amica. Così è il padre Salvatore che si fa avanti, con fierezza: «Mia figlia non ci deve chiedere scusa perché non c’è nulla per cui chiedere scusa». Ripete quel che ha sempre detto nei mesi del sequestro: «Cercare di aiutare gli altri non può essere una cosa sbagliata. Semmai bisogna trovare il modo per farlo senza correre troppi rischi». E questo riguarda Vanessa e Greta, ma riguarda pure tutti gli altri – magari più scafati e più esperti – che in questi anni sono finiti nelle mani delle bande armate senza per questo finire sul banco degli accusati.

Il Messaggero