Va in semifinale in Europa: non accadeva da 11 anni

Pirlo

Due gol italiani (Pirlo, Marchisio) riportano l’Italia in una semifinale europea, esperienza che la Juve non viveva da 11 anni. I bianconeri hanno meritato, ma hanno sofferto più di quanto la differenza di valori e il risultato dell’andata potessero giustificare. E non solo per «colpa» del vantaggio-lampo che ha dato l’illusione di una pratica chiusa. Più in generale, la sensazione è che ancora una volta la Juve non abbia dedicato alla coppa i suoi pensieri migliori, risucchiati dall’ossessione del terzo scudetto consecutivo da trascinare a riva.

Aperitivo di Champions Alla vigilia c’è stata una gara a ripetere che la priorità è il campionato e il messaggio è passato sotto la pelle della squadra, arrivando al cuore e al cervello. Anche a quello di Conte che ha puntato su un Vucinic impresentabile e sull’acciaccato Vidal, risparmiando gli abili e arruolati per Udine. E invece questa Europa League è importantissima. Chi ha vinto le ultime edizioni (Atletico Madrid, Chelsea) oggi è in semifinale di Champions. Il bersaglio piccolo allena a vincere quello grande. Questa Juve tirannica in Italia e spesso timida oltre confine, ha bisogno come il pane di autostima internazionale per preparare l’assalto alla Champions che sogna la proprietà. Avrebbe dovuto aggredire con altro entusiasmo la competizione, anche perché la finale si giocherà a Torino. Ma comunque in semifinale ci è arrivata ed è un grande risultato. Più di quanto la stessa Juve riesca a credere.

Conte, perché? Quando Andrea Pirlo ha sistemato la palla a terra né troppo vicino né troppo lontano dalla porta, se lo saranno chiesti in tanti: «Come fa a sbagliare da lì?». Infatti. Raramente nella storia del calcio un giocatore ha suggerito questa idea di inesorabilità con delle semplici punizioni. Non rigori. Ma il vantaggio all’alba del match ha ammaliato la Signora come un canto di sirene. Già sicura della qualificazione, la Juve si è spenta di brutto. Anche per colpa di Conte che ha puntato sui cavalli zoppi: Vidal e Vucinic. Il cileno aveva avvertito problemi anche nella rifinitura della vigilia, eppure è stato preferito a Pogba. Il montenegrino, dopo una manciata di secondi, aveva già l’affanno e il passo di un reduce dalla maratona di New York. Molle e indolente, si è beccato i rimproveri di Stadium e compagni. Quando verso la mezz’ora Llorente si alza per scaldarsi, il popolo lo osanna come un atteso liberatore.

Bob a 2 Di fatto la Juve del primo tempo, più che una squadra, è un tandem, un bob a 2: giocano solo Tevez e Pirlo. E Caceres, toh. L’Apache, oltre a essersi procurato la punizione del vantaggio e un rigore non visto (fallo di Koné), ha sfiorato il gol al primo assalto e trasmesso la solita scossa agonistica. Pirlo ci ha messo il gol e tanta interdizione. Come a Lione, troppa latitanza da parte di interni (Marchisio, Vidal) ed esterni (Isla, Asamoah). È stata questa Juve dimessa a chiamare avanti un Lione che sembrava più timoroso della figuraccia che voglioso di imprese. Infatti Garde lo ha ridisegnato identico all’andata, con Malbranque appiccicato a Pirlo, nella speranza di ripetere la buona prova di controllo. Il gol gli è cascato in braccio quasi per caso al 18’. Palla buttata in mezzo dalla trequarti dopo azione d’angolo. Marchisio, invece di seguire la parabola, studia la faccia di Briand con curiosità da oculista. Il francese incrocia di testa e la palla ballonzola oltre i guanti di Buffon. Un gol balordo che la concentrazione feroce della vera Juve non avrebbe mai concesso. Perfino la sorte le volta le spalle: non c’era il corner fatale.
Sospiro Marchisio L’ingresso del liberatore Llorente è una scossa: subito un corner, subito la palla in rete. Ma Tevez è in fuorigioco. Il Lione resta nella cesta, aspettando che gli caschi in grembo un altro dono. Bloccato, lascia attaccare quasi solo Briand e Lacazette, due inquietanti goccioline di mercurio che non stanno mai ferme. È proprio Lacazette a strappare la punizione che manda il cuore nella gola dello Stadium: Buffon salva sul bolide di Mvuemba. Non ha senso tanta sofferenza con tanta differenza di valori. Ma il cuore dello Stadium si rasserena un minuto dopo quando una deviazione fortuita di Umtiti sporca in rete il tiro di Marchisio (23’). Garde supera Conte nella notte delle scelte misteriose e toglie le due punte: i migliori. Finisce in gloria per la Juve che allunga il collo e, oltre al muro della semifinale, intravede una finale in pantofole, nel suo salotto buono.

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