Unioni civili, confronto sulle adozioni

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Il confronto sulla disciplina giuridica delle unioni civili e i diversi aspetti che una legge dovrebbe (o non dovrebbe) regolamentare sono al centro di un animato scambio di dichiarazioni quotidiane. Nel giorno successivo al pronunciamento domenica del segretario generale della Cei monsignor Nunzio Galantino («Non si può pensare a un governo che sta investendo tantissime energie per queste forme di unioni particolari e di fatto sta mettendo all’angolo la famiglia tradizionale che deve essere un pilastro della società»), il presidente del Consiglio Renzi annuncia che «faremo di tutto per approvare» la legge sulle unioni civili perché «continua a essere una priorità» del governo: per farlo però «occore buon senso e dialogo», perché «questo è un terreno di divisioni e polemiche». Renzi invita ad «ascoltare e dialogare, non alzare muri ideologici. Ascoltare le ragioni dell’altro, per arrivare a una legge», visto che «siamo tra i pochisimi Paesi a non averne una».

Sulle unioni civili, replica il ministro dell’Interno Angelino Alfano, «chiederemo il voto segreto in aula, perchè se c’è libertà di coscienza siamo certi che in Parlamento possa venire fuori una maggioranza che dice “no” all’adozione dei bambini per le coppie omosessuali».

La questione cruciale è ora quella dell’adozione o dell’affido del figlio del partner all’interno di coppie omosessuali: «È sotto gli occhi di tutti – interviene il capogruppo di Ap (Ncd-Udc) in Commissione Affari sociali della Camera, Raffaele Calabrò – che la piega che sta prendendo il dibattito sul ddl Cirinnà al Senato ha ormai un sapore tragicomico: ogni tanto spuntano astruse formule giuridiche per celare la verità dei fatti, ossia un’asse estremista che in modo opaco cerca di far prevalere la propria linea. Eppure anche un bambino capirebbe che l’ipotesi dell’affido è semplicemente l’anticamera all’adozione gay». Calabrò sintetizza: «Sì al riconoscimento delle unioni civili purché siano radicalmente diverse dal matrimonio».

Carlo Giovanardi (Ncd) ricorda un altro punto nevralgico del ddl Cirinnà: l’apertura di fatto alla pratica della maternità surrogata, sebbene ricorrendovi nei Paesi dov’è lecita per poi regolarizzare la situazione del bambino una volta rientrati in Italia, secondo una prassi giudiziaria che si sta consolidando: «Chi si riempie la bocca di proclami a favore del matrimonio gay o loro imitazioni come il disegno di legge Cirinnà in difesa dei diritti delle coppie omosessuali – dice – come intende difendere il diritto alla salute di chi è costretto per necessità a subire pratiche invasive per produrre ovociti in conto terzi, quelli delle donne costrette dal bisogno a vendere i loro figli ordinati con il così detto utero in affitto e quelli dei bambini ad avere e crescere con un padre e una madre?». Ncd «vuole garantire diritti e nessuna discriminazione alle convivenze sia etero che omosessuali, senza però alimentare un immondo mercato della genitorialità che rischia di farci tornare ai tempi più oscuri della schiavitù e dello sfruttamento della persona umana».

Esplicito anche Lucio Malan (Forza Italia): «Il dibattito sulle unioni civili deve partire da affermazioni di verità: il ddl Cirinnà è un matrimonio sotto falso nome, che come tale comporta le adozioni per le coppie dello stesso sesso e – per le coppie maschili – la pratica schiavistica dell’utero in affitto».

Quella che Malan definisce «l’empia alleanza» tra Pd e M5S in Commissione giustizia al Senato «ha respinto ogni tentativo di modificare o attenuare questo quadro, senza neppure concedere spiegazioni. Sappiano tutti i parlamentari che affermano di essere contrari alle adozioni che gli esperti di diritto auditi dalla commissione giustizia, sia quelli favorevoli alle nozze gay sia quelli contro, si sono trovati d’accordo nel dire che se si approvano norme simili o uguali al matrimonio le adozioni verranno imposte dai giudici in nome della non discriminazione. Solo se le unioni civili saranno radicalmente diverse dal matrimonio le adozioni potranno essere escluse, cosa che Pd-M5S comunque non vogliono fare. E – visto che i bambini non li porta la cicogna – due uomini possono ’avernè uno solo con l’utero in affitto, cioè la commercializzazione della maternità e dei bambini».

Sul fronte opposto, il senatore del Pd e portavoce della Rete, Sergio Lo Giudice, ribadisce che quello dei diritti civili «è uno dei temi che abbiamo lanciato come prioritario per Rete Dem accanto ai temi della legalità, della sostenibilità, della lotta alla povertà. Noi siamo per il matrimonio egualitario e ci impegneremo per questo». Il ddl Cirinnà, anche nella versione bis approdata in aula al Senato nei giorni scorsi per il semplice incardinamento (l’esame vero e proprio è rinviato a data da definirsi) «è un testo di accettabile compromesso per fare un passo avanti. “Non accetteremo ulteriori compromessi che riducano la portata della legge».

Parole che non lasciano molti spazi di manovra. Specie se si ascoltano le ragioni di chi, come Maurizio Sacconi, senatore di Ncd, dice che «l’ipotesi dell’affido in luogo dell’adozione del figlio biologico non è per nulla accettabile perché si tratta di un modo per legittimare la genitorialità omosessuale. Si stravolgerebbe inoltre il senso dell’istituto che peraltro è prossimo a riforma nel senso di renderlo anticamera dell’adozione. Ed è pure finanziato dallo Stato. Quindi, no, no e poi no!».

Polemicamente contrario a chi si oppone è Nichi Vendola, che twitta il suo sostegno pieno alla Cirinnà: «Si difende la vita in astratto e poi non si ha alcuna considerazione per la vita reale delle persone. #unionicivili». Argomenta più diffusamente il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova: «Non c’è nessun attacco alla famiglia da parte di chi, come me, ritiene urgente e doveroso arrivare anche in Italia al pieno riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali. Le esperienze dei Paesi dove è già stato introdotto il matrimonio gay mostrano che da questo non è derivato alcuno sconvolgimento sociale o giuridico della famiglia cosiddetta tradizionale, ma è cresciuta la consapevolezza delle sue reali necessità, sia in termini fiscali che di welfare.

Dove non si guarda alle famiglie con le lenti dell’ideologia alla fine assistiamo a un “win win game” tra tradizione e innovazione sociale e familiare. Dove, come in Italia, proprio sulla famiglia da quasi cinquant’anni (la legge sul divorzio è del 1970) si combatte una guerra di religione strisciante, ad averci perso sono proprie le famiglie, tutte le famiglie». Sulla stepchild adoption, «per quante e fondate riserve si possano avere verso ogni forma di shopping procreativo è impensabile che per porvi rimedio si sacrifichino i diritti dei figli di genitori gay, che comunque concepiti vivono la vita in una famiglia e, nel caso della morte del genitore naturale, rischiano di diventare giuridicamente orfani senza esserlo davvero e di essere strappati da una vita di relazioni e di affetti conosciuta per essere affidati, nella migliore delle ipotesi a una sconosciuta famiglia “normale”».

Gli risponde indirettamente Giorgio Tonini, senatore dem: la stepchild adoption «è un punto controverso sul quale dovremmo trovare l’armonizzazione tra l’interesse del bambino e la funzione genitoriale oggi riconosciuta solo alle coppie etero dal nostro ordinamento giuridico». Si confrontano «due valori: da un lato l’interesse del minore ad avere una stabilità affettiva; dall’altro c’è il principio generale del nostro ordinamento giuridico che riconosce la pienezza della funzione genitoriale solo alle coppie eterosessuali. Si tratta di armonizzare nel modo migliore possibile questi due valori e cercheremo di farlo, ciascuno secondo scienza e coscienza».

Provocatoria la posizione espressa dal presidente della Commissione Giustizia del Senato, Nitto Francesco Palma, il quale spiega che «forse non è chiaro o noto che la cosiddetta Stepchild adoption già esiste, a livello giurisprudenziale, nel nostro Paese. In tal senso infatti si è pronunciato il Tribunale di Roma con una motivazione molto seria e articolata (tutta fondata sul superiore interesse del minore e sull’esigenza di evitare discriminazioni rilevanti sia per la Convenzione europea sui diritti dell’Uomo e sia per la nostra Costituzione), che può essere più o meno condivisibile, ma che, di certo, non può essere superata con argomentazioni politiche non solidamente ancorate ai principi ripetutamente affermati dalla Corte Costituzionale e dalla Corte europea per i diritti dell’uomo.

In altri termini la strada è già accennata e il legislatore, se non vuole lasciare le sorti dell’istituto alla costruzione giurisprudenziale, non può esimersi dall’intervenire, o in senso positivo (come previsto dal dl Cirinnà) o in senso negativo (modificando l’art. 44 della legge sulle adozioni speciali). Certo, al di là di ogni ragionamento sull’esistenza di un diritto alla genitorialita a tutti i costi, è indubbio che la stepchild adoption possa favorire il ricorso alla maternità surrogata per le coppie omosessuali maschili abbienti (attesi i relativi costi) e ciò attraverso un’azione considerata reato nel nostro Paese ma, in ragione dei tetti di pena previsti (due anni nel massimo), non perseguibile penalmente se commessa all’estero (salvo modifiche legislative).

Avvenire.it