Un rigore parato, la punizione magica Juve vista scudetto

gianluigi buffon

Il ventesimo risultato utile consecutivo in campionato non è proprio specchio di un’esibizione scintillante, anzi, entra nella galleria delle bellezze di Buffon e Pirlo anziché in quella della squadra. In ogni caso tiene la Juventus in linea con le grandi capoliste d’Europa cui Conte guarda come modello. Il Real Madrid comanda in Spagna senza macchia da 18 turni, il Bayern in Germania con una serie stagionale di 25. La differenza è che l’aristocrazia straniera danza ancora in Champions, mentre i bianconeri sapranno giovedì se potranno credere nella finale di Europa League in casa. Per lungo tempo sembra che gli juventini smettano di giocare per provare la sofferenza che li dovrebbe aspettare a Firenze e gli imbarazzi di coppa emergono nella ripresa anche a Marassi. Ma alla fine spunta il gol e il vantaggio diventa mostruoso, 17 lunghezze, pur se gonfiato dalle due partite in meno della Roma.

I motivi Se ansima il collettivo, i grandi vecchi sono dunque i protagonisti: Buffon racconterà agli eredi, siano essi parenti o portieri, che nel giorno della presenza bianconera numero 476, pari a quelle di una leggenda come Dino Zoff, si flette sulla sinistra per deviare un rigore a Calaiò e tenere in corsa gli amici non troppo tonici. Pirlo forse ometterà – i racconti degli ex sono sempre a proprio favore – di narrare come un certo Matuzalem gli soffia spesso la palla sotto il naso. Focalizzerà la scena sulla punizione fatta morire sotto l’incrocio. Il primo e unico tiro in porta (regolare) della Juve, al minuto 89, quando sembra che dopo 40 partite sempre in rete in A, i bianconeri si fermino. No. La differenza è questa, tra chi sbaglia l’occasione della serata e chi no. Quella tattica, che non porta però ai tre punti, è data da una supremazia del Genoa in mezzo al campo, dalle difficoltà dello stesso Pirlo nel liberare le idee, nel match senza pulsazioni di Vidal e di quello a intermittenza di Pogba. Per restare al possibile crimine genoano, il cileno tocca con il braccio, sembra involontariamente, un cross di Motta che Pogba aveva fatto passare spostandosi.

I lamenti A dire il vero due gol juventini nel primo tempo si sarebbero anche visti, entrambi di Osvaldo e annullati per fuorigioco. Ma se il primo è corretto, sul secondo l’azzurro è tenuto in gioco da De Maio. La sbandierata di Ghiandai, avventata dato che l’assistente ha la linea dell’area come riferimento, è un peccato per la Juve, che avrebbe chiuso davanti la prima parte pur non meritandolo, ma soprattutto per l’estetica del calcio. Rivedere il colpo di tacco di Pogba e non sarà difficile capire il perché. Un tratto da artisti in una corrida tra pressing, falli e urla, quattro ammoniti genoani già in meno di mezzora e la ripresa con due gialli (Pogba sarà squalificato) juventini. Anche il Genoa però grida all’agguato arbitrale: un tocco di Lichtsteiner su Bertolacci potrebbe portare al penalty prima dell’intervallo, mentre il mani di Antonelli su Llorente viene giudicato troppo vicino per essere rigore. Serata molto complicata per gli arbitri non impeccabili.

Meccanismi inceppati Nella Juve, che ha Caceres per Barzagli in difesa, è l’indisponibilità di Tevez a pesare. Osvaldo e Llorente hanno ballato insieme soltanto 11’ in questa stagione, hanno strutture simili e non possono fornire il dinamismo velenoso dell’argentino. Poco servito dai lati (Asamoah bloccato da Sculli, Lichtsteiner da Antonelli) è il basco il più fermo e inghiottito da De Maio (fra i più bravi) e compagnia. Quando entra Quagliarella, obbligo visto che non ci sono neppure Giovinco e Vucinic, almeno piglia il fallo della punizione-gol. Gasperini invece sfodera la consueta elasticità tattica disegnando il Genoa con un centrocampo più fitto (3-5-2), Sculli semaforo di fascia e Gilardino a sbrigarsela bene contro i colossi bianconeri. Funziona bene, poi esce per Calaiò. Il cambio che lo manda sul dischetto e fa iniziare il racconto gioioso della Juve. Anzi, di Buffon e Pirlo.