Un commando diviso in tre squadre per insanguinare Parigi

epa05024070 Police officers gather outside the Bataclan concert venue in Paris, France, 13 November 2015. At least 149 people have been killed in a series of attacks in Paris on 13 November, according to French officials.  EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON

Un commando addestrato diviso in tre squadre, armato fino ai denti e determinato a colpire gli obiettivi che si era prefisso con una tecnica militare: è l’identikit del gruppo di fuoco che ha seminato il terrore a Parigi e segnato l’escalation della guerra dichiarata dall’Isis con i primi attentati kamikaze nella storia continentale europea. Una cellula «autosufficiente», con un passato combattente in Siria, secondo gli 007 di Londra.

Almeno 8 i “martiri” nell’assalto, secondo quanto rivendicato dallo Stato islamico, ma non si esclude che una manciata di altri terroristi sia riuscita a fuggire. «I terroristi morti sono sette», ha fatto sapere in serata la procura di Parigi. E si affaccia l’ipotesi che nel commando ci fosse anche una donna: è stata vista al Bataclan, teatro del massacro più sanguinoso nei sei attacchi parigini, dove sono morte almeno 89 persone.

Il profilo dei jihadisti entrati in azione è molto simile a quello dei protagonisti degli attacchi del gennaio scorso contro Charlie Hebdo e il supermarket Kosher: giovani, votati alla morte, addestrati militarmente, con alle spalle l’esperienza della guerra, in questo caso siriana. L’unico identificato con certezza era di nazionalità francese, 30 anni, nato nella banlieue di Courcouronnes, definita «sensibile» dalle autorità. «Era noto ai servizi si sicurezza», condannato per reati minori tra il 2004 e il 2010, quando finisce negli elenchi degli 007 per la sua adesione all’Islam radicale. Al pari dei suoi compagni che hanno aperto la mattanza di Parigi gridando «Allah u Akbar».

Un’auto, una Seat nera Leon, ne ha portati alcuni davanti a quattro ristoranti. Davanti a ognuno dei locali, dove in pieno venerdì sera (erano circa le 21.30) c’erano moltissime persone a mangiare o semplicemente a bere un bicchiere, sono scesi e hanno fatto fuoco. «Tutti erano equipaggiati con fucili kalashnikov», ha precisato il procuratore di Parigi Francois Molins. Un’altra squadra arriva con una Polo nera al Bataclan e dà il via alla carneficina: l’inferno durerà tre ore, 89 i morti (per ora).

I tre team hanno agito da “professionisti” perfettamente coordinati: «Sparavano con gli Ak47 a colpo singolo, 3-4 alla volta, tutti ben mirati e andati a segno», ha raccontato un testimone parlando della sparatoria davanti al caffè. «Sembravano soldati delle forze speciali», ha aggiunto. I bossoli di calibro diverso lasciano sul campo l’ipotesi che abbiano usato anche altre armi.

Ma non c’è solo questo: secondo gli esperti della Difesa italiana, l’aspetto che più inquieta è la disponibilità del gruppo «di una rete logistica localizzata nell’area metropolitana di Parigi molto estesa e ben organizzata che ha consentito di pianificare l’attacco nei dettagli», ha scritto il direttore della Rivista italiana Difesa (Rid), Pietro Batacchi. Il gruppo ha potuto contare su «zone sicure, appartamenti e garage-magazzini altrettanto sicuri dove poter studiare gli obbiettivi, far arrivare gli esplosivi e assegnare i compiti».

A dare il via all’impressionante sequenza di azioni omicide è stato, alle 21.20, un kamikaze che si è fatto esplodere nella strada che corre lungo lo Stade de France, dove a inizio estate si dovrebbero giocare diverse partite degli Europei 2016, fra cui la finale. Era la rue Rimet, intitolata all’ideatore dei mondiali di calcio, e il kamikaze si è fatto saltare all’altezza della porta B. Un’esplosione impressionante, rafforzata da perossido di idrogeno con chiodi e bulloni – tutti i kamikaze avevano lo stesso tipo di esplosivo – che ha ucciso all’istante il killer suicida e un malcapitato passante. Ma il piano era, se possibile, peggiore. L’attentatore – scrive il Wall Street Journal – aveva infatti un biglietto d’ingresso, ma è stato fermato ai cancelli dello stadio dopo che gli addetti ai controlli hanno scoperto che indossava dell’esplosivo. Allora si è fatto esplodere mentre tentava la fuga.

Accanto a uno dei kamikaze del Bataclan è stato ritrovato un passaporto siriano. Al momento non è possibile confermare che il documento appartenga effettivamente all’uomo. Il titolare del passaporto era sbarcato tra i rifugiati entrati in Europa dalla Grecia, sull’isola di Leros, dove molti bimbi e donne migranti non sono nemmeno mai riusciti ad arrivare perché inghiottiti prima dalle acque dell’Egeo. A confermarlo è il viceministro dell’Interno greco Nikolaos Toskas: «L’uomo è stato registrato dalle autorità elleniche il 3 ottobre, ma ancora non si sa se quelle degli altri paesi sulla “rotta balcanica” ne abbiano mantenuto le tracce».

Le banlieue di Parigi in cui è nato l’unico jihadista sinora identificato ha «aree santuarizzate che le autorità non controllano da anni», continua Batacchi: «In molti parlano già di flop dell’intelligence. Di sicuro non c’è stata prevenzione, o ce n’è stata poca, ma diventa anche estremamente difficile infiltrare ed inserirsi in realtà che possono contare su appoggi molto più radicati di quanto si possa pensare». Lo stato di emergenza e la sospensione di fatto degli accordi di Schengen mostrano «l’impotenza» dello Stato di fronte alla minaccia.

Emerge poi il collegamento con altre periferie altrettanto minacciose: quelle di Bruxelles e del Belgio, da dove arrivarono in gennaio le armi per gli attentati nella capitale francese. Nel quartiere di Molenbeek – casa della cellula jihadista di Verviers e di molti foreign fighter – sono scattate le perquisizioni e la caccia ad almeno 3 complici «residenti in Belgio». Oltre 5 gli arresti, ma le autorità mantengono il riserbo. Gli attacchi di Parigi dimostrano «la gravità di un pericolo che non può dirsi ancora scongiurato», mette in guardia il Rid. La Polo nera che ha raggiunto il Bataclan ha targa belga ed era stata noleggiata da un francese residente in Belgio. Quest’ultimo, insieme ad altri due uomini, è stato arrestato a Bruxelles. Uno di loro, per ora si tratta di una delle poche certezze, ieri sera si trovava a Parigi.

La Stampa