Ue spaccata sui migranti il Nord nega l’emergenza

EUROPA UE BRUXELLES 2

Subito dopo il naufragio che sarebbe costato la vita a 650 uomini, donne e bambini, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha annunciato che le politiche migratorie saranno al primo punto dell’ordine del giorno della riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea oggi a Lussemburgo. La Commissione presieduta da Jean-Claude Juncker si è detta «mortificata dagli ultimi sviluppi nel Mediterraneo» ed ha promesso un’azione «decisa».
Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha avviato un giro di consultazioni e non è escluso che convochi un Vertice straordinario dei capi di Stato e di governo, come chiesto da Italia e Malta. Ma dietro la pioggia di comunicati commossi e di appelli ad agire che è arrivata dall’Ue, si nasconde una grande ipocrisia: l’ennesima tragedia al largo delle coste della Libia è anche il risultato di un calcolo inconfessato dei governi e della Commissione, che hanno spinto l’Italia a chiudere “Mare Nostrum”, perché considerata una calamita per migranti irregolari.
EFFETTO DISSUASIONE
Per l’Ue, la fine dell’operazione di ricerca e salvataggio in mare avrebbe dovuto scoraggiare, anche grazie all’effetto dissuasivo dei naufragi, le partenze dalla Libia e dalla Tunisia. Isolata nella richiesta di rendere europea “Mare Nostrum”, l’Italia aveva accettato in cambio di “Triton”, una missione più piccola sotto la bandiera di Frontex, il cui compito si limita alla sorveglianza delle frontiere, senza poter andare a salvare i migranti oltre le 30 miglia marine. Meno di sei mesi dopo la fine di “Mare Nostrum”, la contabilità dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni mostra il fallimento del cinico calcolo europeo: dall’inizio del 2015 il numero dei morti ha raggiunto i 1.500, contro i circa 90 dello stesso periodo del 2014. Ma gli sbarchi continuano ad aumentare.
La speranza di alcuni è che il più grave naufragio di migranti della storia recente dell’Europa convinca i governi a dotarsi finalmente di una politica comune di immigrazione. «L’Ue deve fare di più», ha detto il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz: «E’ una vergogna e una constatazione di fallimento quando si vede il numero di paesi che fuggono dalle loro responsabilità e il poco denaro che forniscono per le missioni di soccorso». Ma nessun governo europeo è pronto ad appoggiare una missione di ricerca e salvataggio a livello europeo, mentre la Commissione ha escluso di forzare la mano delle capitali per cercare di trasformare “Triton” in una “Mare Nostrum” di tutta l’Ue. «Non abbiamo né i soldi, né il sostegno politico per avere un’operazione di ricerca e salvataggio», ha spiegato un portavoce dell’esecutivo comunitario. La Commissione ha annunciato che una nuova «Strategia Europea per l’Immigrazione» sarà adottata «a metà maggio». Ma, in mancanza di un consenso tra le capitali dei 28 su come salvare, accogliere e ripartirsi i migranti, gran parte dell’approccio sarà incentrato sulla necessità di «lavorare con i paesi terzi».
I ministri degli Esteri ne discuteranno oggi nella loro riunione a Lussemburgo. «Abbiamo detto troppe volte “mai più”», ha riconosciuto Mogherini, annunciando «una serie di proposte per la Libia». Un “paper” dell’Alto rappresentante include sei opzioni di operazione militare dell’Ue, compreso il monitoraggio di un eventuale cessate il fuoco tra le fazioni libiche e una missione di sorveglianza marittima. Ma una maggioranza di paesi è contraria a un’operazione di peacekeeping in Libia o all’idea di inviare le navi militari al largo delle coste libiche. Quanto alla cooperazione con i paesi terzi, l’idea è in gran parte compromessa dalla situazione di instabilità. Fonti del Servizio di Azione Esterna dell’Ue riconoscono che Libia, Siria, Iraq, Afghanistan e Eritrea – i principali paesi di origine o di transito – sono «impraticabili» per l’Ue: fino a quando ci sono guerre o dittature è impossibile immaginare di cooperare con i governi per creare campi di accoglienza sulla sponda sud del Mediterraneo o aprire uffici dove permettere ai rifugiati di fare richiesta di asilo.
L’immigrazione non è una politica dell’Ue e, con i partiti populisti e di estrema destra in crescita in numerosi paesi, le possibilità di una vera messa in comune sono minime. La questione della ripartizione dei migranti irregolari, così come la revisione degli accordi di Dublino che prevedono di l’obbligo per i rifugiati di chiedere asilo nel paese di arrivo, è un vaso di pandora che solo i paesi del Mediterraneo – Italia, Malta e Grecia – chiedono di aprire. Germania, Regno Unito, Austria e Finlandia sono contrari. La Svezia – il primo paese per accoglienza di richiedenti asilo – dice che i paesi del Sud esagerano l’emergenza. La Germania e l’Austria hanno spesso accusato l’Italia di violare le regole di Schengen, permettendo ai migranti irregolari sbarcati sul suo territorio di andarsene verso la Germania. I paesi dell’Est, come la Polonia, non si sentono toccati dal fenomeno. Altri, come la Francia, sono solidali più a parole che nei fatti.
LE MISURE
«Il Mediterraneo è un mare che ci è comune» e «dobbiamo agire», ha detto ieri il presidente francese, François Hollande. Ma il suo governo è per la linea dura. Le altre misure immaginate a Bruxelles e che potrebbero essere accettate dalle capitali – qualche milione in più a Frontex e “Triton”, l’uso della tecnologia per monitorare i flussi, la promessa di intensificare la repressione dei trafficanti – sono dei palliativi, che non impediranno la prossima tragedia seguita dai soliti comunicati di cordoglio, mortificazione e promessa di azione.

Il Messaggero