«Uccisi a bastonate prima dell’imbarco»

barcone

La strage del canale di Sicilia di una settimana fa – novecento morti, chissà – è iniziata ben prima che il barcone di 23 metri andasse a schiantarsi per tre volte contro il portacontainer portoghese, lungo sette volte tanto, arrivato a soccorrerlo. È iniziata nella «fattoria», perché tutti, indistintamente, la chiamano così, che deve essere una specie di casermone per almeno un migliaio di persone in attesa di partire. Nelle campagne di Al Garabulli, poco lontano da Tripoli e dal mare, come sostengono diversi testimoni, che almeno per assonanza fa il paio con «Darabli», la località citata dalla procura di Catania nel decreto di fermo e, in verità, inesistente sulle mappe. E comunque un posto dove si muore di botte e di stenti.
Perché ne sono morti laggiù, sotto un capannone di almeno duemila metri quadri, pestati a sangue ancora prima di partire da «poliziotti», libici apparentemente, comunque armati e in divisa. Lo hanno raccontato i sopravvissuti ai magistrati, è tutto verbalizzato nel dossier che richiede la convalida del fermo per il comandante del barcone, il tunisino Mohamed Ali Malek, 27 anni, e per quello da che da tutti viene indicato come il suo «assistente», il siriano Mahmud Bikhit, 25 anni.
MORIRE DAVANTI A TUTTI
Chi non obbediva veniva bastonato e chi veniva bastonato poteva anche morire davanti agli occhi di tutti gli altri. Così, giusto perché fosse chiara la lezione, proprio come in un lager. Ma i sopravvissuti hanno visto dell’altro: hanno visto morire di stenti chi non riceveva più né cibo né acqua in quella «fattoria». E anche questo hanno raccontato ai magistrati. Fu la sera del 16 aprile che arrivò l’ordine di partire e cento alla volta, cento per ogni gommone, furono imbarcati. Ma tra un viaggio e l’altro – si legge in questi verbali – ci fu chi a un certo punto disobeddì, un ragazzo, di chissà quale nazionalità: si alzò in piedi, nonostante fosse probito, e venne freddato con un colpo di pistola, e il cadavere gettato in acqua. Questo solo per capire, solo per avere un’idea di come quel viaggio iniziò. Il resto è affidato all’inchiesta, che sta andando avanti. Ieri sono stati interrogati sia il tunisino sia il siriano e oggi, di buon mattino, tutte le testimonianze contro di loro saranno trasformate in incidente probatorio, in prova processuale.
«ALI MALEK»
Di Ali Malek parlano tutti e dicono quasi tutti le stesse cose. Ma sopratutto il bengalese trasportato in elicottero al Cannizzaro di Catania, il primo dei superstiti arrivati qui. «Era in una cabina con un vetrata, aveva un’arma e un bastone, e con quelli controllava la barca». Lo difende l’avvocato Massimo Ferrante, lui continua a parlare di «errore umano» quando gli chiedono della collisione con il mercantile, mentre cercava di nascondersi fra gli altri, come se solo questo lo scagionasse. «Fumava hashish e beveva», raccontano i sopravvissuti e Ali Malek non li ha ancora smentiti.
Chi tenta disperatamente di chiamarsi fuori è il sirano, il ceffo che la procura indica «quale componente dell’equipaggio con il compito di avere contatti con gli organizzatori libici e di coadiuvare il capitano». Nel suo inglese stentato ha raccontato di essere nato 25 anni fa ad Aleppo, di aver comunque pagato 1.100 dinari libici – più o meno 800 euro – per quel viaggio, di essere stato quindi solo e soltanto «un passeggero» sul quel barcone. S’è dovuto trovare per lui, per forza di cose, un nuovo avvocato, perché quello del tunisino non andava più bene. Lo assiste quindi Giuseppe Ivo Russo, che non ha fatto in tempo, ancora, neanche a leggersi le carte.
Ma si capisce bene che Bikhit ha deciso di muoversi su un crinale rischioso. «Volevano mandarmi nella stiva», ha detto a un certo punto, «e io mi sono rifiutato». Passaggio di prima classe, quindi, che gli ha permesso di salvare la pelle e, adesso, di non ricordare neppure se i portelloni delle stive fossero chiusi o meno, se quel barcone non fosse stato trasformato in una trappola mortale per centinaia di disperati. «Non c’era luce», ma non è sicuro neppure se il comandante tunisino fosse armato. Qua un’ammissione, insomma, e là un non ricordo, almeno fino a quando potrà.
ALTRI FERMATI
Almeno fino a quando non avrà capito l’aria che tira: altri tre sospetti scafisti sono stati fermati al porto di Catania ieri mattina. E nella lontana Toscana, a Foiana della Chiana, provincia di Artezzo, è stato scovato anche Shea Cheiko. A dirlo, sembra nessuno: invece è il senegalese che guidava il barcone sul quale vennero uccisi in dodici, neanche due settimane fa, colpevoli solo di essere cristiani.

Il Messaggero