Tunisi, arrestati i complici dei killer Isis choc: cancellato il crociato italiano

tunisi_italiani_uccisi

Nessuna videocamera, nessuna guardia, nessun metal detector, nessuno a controllare. «Chiunque poteva entrare al Bardo, anche uno con un kalashnikov, la sicurezza qui è zero» gridava ieri ai giornalisti il proprietario di un piccolo negozio di frutta e verdura a due passi dal museo della strage di mercoledì. I morti sono saliti a 23, 18 turisti, tra cui 4 italiani, tre tunisini, i due terroristi. Ieri anche il governo lo ha ammesso: «Ci sono state lacune nel sistema di sicurezza». Prima di dichiarare: «Siamo in guerra contro il terrorismo». Eppure le minacce c’erano. I segnali di un attacco imminente si erano moltiplicati negli ultimi giorni, prima che ieri l’Isis esultasse ufficialmente in un messaggio di rivendicazione. L’organizzazione dello Stato Islamico cita i nomi dei due attentatori, che non sono quelli forniti dalle fonti ufficiali. Li descrive «armati di fucili e granate», parla «di decine di crociati e apostati uccisi». Minaccia ancora: «Quello che avete visto è solo la prima goccia di pioggia». Ma le minacce di un attentato in Tunisia c’erano da giorni. Il 15 marzo, in un video su twitter, un combattente di Raqqa in Siria invitava i «fratelli in Tunisia» a entrare in azione. La settimana scorsa altri messaggi annunciavano «magnifiche notizie in arrivo dalla Tunisia». L’ultimo era del 16 marzo, 48 ore prima della strage al Bardo: «Lo Stato del califfato vi invierà presto un messaggio sulla situazione in Tunisia». Ieri tra i messaggi di «esultanza» anche quello su twitter che mostra una delle vittime italiane, Francesco Caldara, 64 anni di Novara, autista di autobus in pensione: sulla sua foto una croce e la scritta «abbiamo schiacciato un crociato italiano». Il premier Essid ha riconosciuto le lacune nel sistema di sicurezza «in tutte le sue fasi, ovvero nella protezione del parlamento, del museo e nella protezione dei turisti».

L’INCHIESTAMa adesso «è guerra» al terrorismo. L’esercito parteciperà alla sicurezza in tutte le grandi città del paese, mentre misure immediate saranno prese per «rafforzare forze armate e gendarmeria e in particolare i controlli alla frontiera con Libia e Algeria, laddove il rischio di «contagio» è più forte. Intanto va avanti l’inchiesta sull’attacco al museo. Ieri il premier ha annunciato l’arresto di nove persone, «quattro direttamente legate all’operazione terrorista e altri cinque sospettate di essere in contatto con la cellula». Uno dei due terroristi uccisi era già noto alla polizia, ma per fatti di «delinquenza comune» non legati al terrorismo. Entrambi, Yassine Laabidi e Hatem Khachnaoui, appena ventenni, erano «muniti di cinture esplosive e di armi sofisticate» e secondo il ministro dell’Interno Gharsalli, il bilancio delle vittime avrebbe potuto essere «ancora più drammatico». Ieri la polizia ha messo in stato di fermo anche la sorella e il padre di Khachnaoui, originario di Sbiba City, nella regione montagnosa di Kasserine dove gli scontri tra jihadisti e forze tunisine sono particolarmente violenti.

IL GIORNO SCELTODi sicuro l’attacco è stato pianificato: la data (il giorno della seduta del parlamento dedicata alla lotta contro il terrorismo), il luogo (un museo simbolo della cultura e dell’identità tunisina), le vittime, i turisti, vera ricchezza di un paese che tenta con difficoltà di rimettersi in piedi. Ieri Costa Crociere e la MSC hanno annullato tutti gli scali delle loro navi a Tunisi. Tredici passeggeri della Costa Fascinosa mancavano ancora all’appello ieri sera. Annullate, almeno per la prossima settimana, anche tutte le escursioni in Tunisia organizzate dagli operatori Jetair e Thomas Cook. Il premier Essid ha definito «terribile» l’impatto economico per la Tunisia, ma ha dichiarato che il paese non si farà mettere in ginocchio e ha fatto appello all’«unione nazionale» di tutti i partiti per far fronte alla minaccia del terrorismo. Anche il partito islamista Ennhada ha risposto all’appello e ha chiesto ai tunisini «di mobilitarsi, tutti insieme, con le forze di sicurezza e i militari contro questo flagello che non ha futuro in Tunisia».

Il Messaggero