Tuareg, berberi e jihadisti ecco chi comanda in Libia

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Un territorio vasto la Libia, ricco di petrolio, percorso da rivalità etniche, tribali, religiose. «Militarmente la minaccia islamista fa ridere i polli, il problema è politico. L’eventuale intervento va preparato mettendo a fuoco l’obiettivo, con chi intervenire e con quali mezzi». Stefano Silvestri ha presieduto per dodici anni, fino al 2013, l’Istituto affari internazionali. Calcola mesi, forse un anno, per costruire adeguatamente una coalizione in grado d’intervenire in Libia. «Dalla scelta dell’obiettivo, degli alleati, delle forze necessarie, discende il tipo d’intervento». Il guaio è che i potenziali nemici, e alleati, sono diversificasti tra loro. Dietro il centinaio e più di milizie attive nell’immenso territorio libico, ci sono potenze internazionali con interessi fra loro conflittuali. «Difficile immaginare la costruzione di un’operazione con una coerenza interna, ma senza coerenza l’intervento rischia di trasformarsi in un disastro». Possibili alleati sono sicuramente i paesi che già intervengono in Libia: soprattutto l’Egitto, l’Arabia Saudita e gli Emirati arabi uniti, che appoggiano il governo di Tobruk riconosciuto dall’Onu e guidato da Abdullah al-Thani.
IL PUZZLE

Il fronte moderato sul quale punta anche la Lega Araba soffre però di gelosie e attriti interni. Il suo capo militare, il generale Khalifa Haftar, dopo aver tentato inutilmente di conquistare Tripoli sottraendola al Parlamento parallelo degli islamisti di Omar al-Hassi, ha dovuto ripiegare a Bengasi ma controlla solo una parte della Cirenaica. Ed è in polemica col ministro dell’Interno, Omar al-Sinki. A un pugno di chilometri da Bengasi, il Califfato nero ha creato il primo avamposto libico, Derna, circondato dalle forze di Haftar che vigila sugli impianti petroliferi. L’avanzata dell’Isil a Sirte, a ovest lungo la costa, potrebbe catalizzare una qualche alleanza tra le forze di Haftar e quelle di Misurata. Queste ultime hanno però un’altra matrice, quella dei fratelli musulmani nemici dell’Egitto di Al-Sisi, e altri sponsor: Turchia e Qatar. «L’interesse dell’Egitto è quello di sconfiggere i fratelli musulmani», dice Silvestri. «Inevitabile la guerra civile, che si vince occupando il paese con un’operazione di tipo coloniale». Il territorio «è vasto e la popolazione relativamente dispersa e esigua», con presenza di combattenti da Egitto, Tunisia, Sudan, Algeria, Yemen, Nigeria, Mauritania e palestinesi. «Va schiacciata la resistenza di un centinaio e più di milizie islamiste». Il rischio è la «spartizione della Libia, con un controllo egizio-saudita della Cirenaica e l’abbandono del Fezzan a sud, della Tripolitania e di parte di Sirte a un’entità di tipo califfale».
Scenario catastrofico, per l’Italia. Ma come mettere insieme Egitto e Turchia, “laici” e fratelli musulmani? Una ventina di fazioni le principali. Conciliarle tutte è un’impresa. Il governo di Tobruk e il Municipio di Misurata dovrebbero sollecitare ufficialmente un intervento italiano con copertura dell’Onu. Ma sarebbe necessario pure l’apporto nella coalizione di «grandi paesi europei come la Germania o la Francia». Che a loro volta non hanno interessi coincidenti (né tra loro, né con l’Italia). Come si potranno compattare paesi arabi e europei, Turchia e Unione africana? Il problema, secondo Silvestri, è sorvegliare le frontiere, il controllo del territorio, pattugliare le zone desertiche. L’alternativa è l’intervento di contenimento, difensivo, contro una minaccia reale. In quel caso va attuato «un blocco navale della Libia, insieme a contromisure sul terreno». E l’ombrello dell’Onu su «misure per la difesa del territorio e degli interessi nazionali». Quello che sta già facendo l’Egitto coi raid sulle postazioni jihadiste a Derna. I mezzi sarebbero “aerei e navali”. Visione analoga nelle parole di Jason Pack, ricercatore a Cambridge, presidente di Libya-Analysys.com e autore del rapporto sulla situazione in Libia per la Fondazione Tony Blair, citato da Al Jazeera. «Il potere è così frammentato che nessuno può dire chi esercita una vera autorità. Tribù, consigli locali e parlamenti rivali hanno ciascuno una qualche autonomia, ma la loro autorevolezza si fonda sulle canne dei fucili delle rispettive milizie». A sua volta, l’ala islamista di Alba Libica si è scissa in un fronte meno estremista che governa a Misurata, e un altro che è scivolato tra le braccia del Califfato.
GLI ATTENTATI

Punto di svolta, l’attentato terroristico all’Hotel Corynthia di Tripoli che ospitava le delegazioni internazionali. Di fatto, il Califfato ha già allungato gli artigli sulla capitale. A Derna, a Sirte e a Misurata, gli islamisti di Ansar al Shariya (“Partigiani della legge islamica”) hanno allestito campi d’addestramento per foreign fighters. Complici nel 2012 nell’omicidio dell’ambasciatore americano Chris Stevens a Bengasi, i “partigiani” guidati da un ex prigioniero di Guantanamo, Sufyan ben Qumu, combattono al fianco dell’esercito dei Mujaheddin, della brigata Rafallah al Sahati e della Brigata dei Martiri del 17 febbraio. Poi c’è Al Qaeda del Maghreb, nata in Algeria dal Gruppo salafita per la Predicazione e il Combattimento, operativa in Libia come Aqmi e EL-Muwaqiin Bi Dam. Sul fronte opposto, il Consiglio rivoluzionario di Al-Zintan, sud di Tripoli, con Haftar, e ciò che resta delle brigate governative Al-Qaqa e Al-Sawaiq. Nel Fezzan, a sud, le milizie dell’etnia Toubu fedeli al governo di Tobruk, contro i Tuareg. In Cirenaica il separatista Ibrahim al-Jadra con Haftar. Contro, i berberi della costa e della catena montuosa Djebel Nafusah. Un puzzle infernale.

Il Messaggero