Trump-Gentiloni, l’incontro: l’impegno italiano e l’attacco di Parigi

Un caffè con... Paolo Gentiloni

Coca Cola, quanta Coca Cola ha potuto consumare Donald Trump nei 50 minuti di colloquio con Paolo Gentiloni. Un bicchiere e un altro ancora, dapprima faccia a faccia, i due, poi con le rispettive delegazioni.

È durante il colloquio riservato a quattr’occhi che uno stretto collaboratore del presidente americano entra nella sala attigua alla Ovale dove si tiene il colloquio per dare la notizia dell’attacco a Parigi. Trump scuote la testa preoccupato, si fa cupo. “È terribile”, dall’Eliseo non è ancora arrivata la conferma della matrice ma alla Casa Bianca padrone di casa e ospite hanno da subito pochi dubbi.

Il tutto, a poche ore dal delicatissimo voto in Francia. Ecco perché Trump si rivolge a Gentiloni per sondarlo, da esperto ex ministro degli Esteri prima ancora che da premier: “Secondo te, come finiranno le elezioni francesi? Chi vincerà?” Attentato a parte, insomma. Mosso l’ex magnate dalla pura curiosità, dato che il teorico dell'”America First”, certo non è profondo osservatore delle dinamiche politiche europee.

È quando si aprono le porte alle delegazioni che entra la first daughter Ivanka Trump, al tavolo siede anche il marito Jared Kushner. Lei, grandi sorrisi, per qualche secondo monopolizza l’attenzione e smorza la tensione del vertice, stringe la mano al premier italiano, ad alcuni membri dello staff e va via.

La squadra di Trump schiera tutta la prima fila. Particolare che non è sfuggito: c’è il segretario al Dipartimento di Stato, il potente Rex Tillerson, ma in quella italiana il capo della Farnesina Angelino Alfano non c’è (l’allora ministro Gentiloni aveva affiancato Renzi premier nella prima visita ufficiale al presidente Barack Obama). Proprio Tillerson, insieme col consigliere per la Sicurezza, l’ex generale Raymond MacMarson, si mostreranno i più attenti conoscitori di tutti i teatri critici in cui l’Italia è impegnata (il consigliere e stratega Steve Bannon è anche lui presente ma non parla). Trump lascia volentieri ai suoi due la parola su Iraq, Afghanistan, passando per il Libano e la polveriera libica.

Già, la Libia. Anche su quel dossier Trump si mostra a porte chiuse molto interessato e curioso, dedicandogli i due terzi del confronto. Interessato a trovare una soluzione diplomatica, non certo a intervenire anche lì con i militari, come sottolineerà con schiettezza anche rude nella conferenza stampa che segue. Gentiloni gli prospetta il quadro esistente: “Sarà decisivo garantire l’unità tra le fazioni in campo, noi a quello stiamo lavorando, diversamente un conflitto potrebbe riesplodere”. E con l’Isis già su quel territorio non sarebbe lo scenario migliore. Per l’Italia confinante ma anche per l’intera comunità internazionale.

Il resto sono complimenti inattesi e “ma quanto è bella, spettacolare l’Italia” e “non vedo l’ora di essere a Taormina” e “adoro Pavarotti”. Fino alla foto finale con la mano di Trump poggiata sulla spalla del
quasi basito premier italiano. Come inattesi sono stati i 28 gradi che arroventavano insolitamente Washington, facendo stramazzare sul prato un militare in alta uniforme del picchetto d’onore. Poi la delegazione è volata a Ottawa per l’incontro con il premier canadese Justin Trudeau.

La Repubblica